TESTIMONIANZE

A un anno dalla scomparsa di Giuseppe Pedota. Ricordo di un artista amico

di Franco Bochicchio
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Il 15 maggio di un anno fa si spegneva in Cremona, sconfitto da un male incurabile, Giuseppe Pedota, poliedrico artista. Acronico (dal titolo della sua personale presso il Museo Provinciale di Potenza da settembre a tutto ottobre 2007) in quanto non inscrivibile in stili, mode o movimenti. Pedota è Pedota! Ha privilegiato l'arte sotto tutte le forme: musica (già a cinque anni compie studi musicali), poesia, pittura, scultura, incisione, grafica, design, scenografia e saggistica.

Nasce a Genzano di Lucania, instaura legami con Carlo Levi (confinato qui da noi ad Aliano, con cui giovanissimo scrive saggi sull'analfabetismo in Basilicata), Rocco Scotellaro, Vito Riviello e con il meglio della “intelligenza lucana” del tempo contribuendo ad avviare un significativo dibattito politico-culturale.

A diciannove anni si trasferisce a Cremona per lavoro; si lega a Crippa, Fontana, Buzzati, Vittorini ed altri. A Parigi all'inizio degli anno '50 incontra Jean Paul Sartre. Più tardi, nel 1964, sempre a Parigi, conosce Jorge Luis Borges, che, ispirato dal lavoro dell'artista lucano, gli dedica un componimento dal titolo “El espacio curvo”: “...versi con cui Borges individua con esattezza la cifra stilistica inconfondibile dell'autore lucano. E sarà proprio la poesia il sottile filo rosso che lega l'esistenza artistica di Pedota: egli stesso compone e pubblica, con i suoi lavori ispira versi”.(1)

Lo stesso Pedota a proposito della poesia scrive:” Il mio amico J.L. Borges soleva dire che la poesia non si dovrebbe commentare, non dovremmo annebbiarla con spiegazioni e chiarimenti, dovremmo soltanto percepirla così come si percepisce il calore del sole e il profumo dei fiori (…) attraverso la poesia il mondo potrà diventare migliore (…) se si tratta di poesia scritta con le leggi del cuore e non con le alchimie intellettualistiche e con i giochi di prestigio delle finte sperimentazioni. Di una poesia arida e priva di messaggi l'umanità non ha bisogno; ha bisogno invece di calore che forgia le coscienze e le rende ferme e decise nei confronti della vita”.(2)

“La sua produzione, estremamente prolifica, parte dagli anno '60 e comprende le grafiche, le sculture in perspex, i progetti architettonici, gli studi su I Ching, il tutto accompagnato dalla musa della poesia, della parola nella quale Pedota ha imparato a instillare ricchezze, perchè non sia mai vuota, mero esercizio di stile”.(3)

Vince il secondo premio internazionale per le vetrate di una chiesa a Firenze; è quotato per la prima volta a livello internazionale in una asta di maestri contemporanei (1970). Invitato a Palermo, allestisce una mostra personale di pittura alla Trinacria (1972) con catalogo di Ugo Moretti e con una prolusione di Leonardo Sciascia.

Nel 1974, su 300 concorrenti, ottiene il primo premio assoluto di pittura “Oscar d'oro”  in Versilia: interventi e recensioni, fra gli altri, sui maggiori quotidiani nazionali di Gentile, Del Bono, e Dall'Acqua. Viene scelto quindi da una delle maggiori Art Manager mondiali per una serie di personali a Parigi, Ginevra e Londra: nell'occasione ottiene l'approvazione e il plauso di Giulio Carlo Argan, che aveva visionato le sue opere.

A Banzi, da ricordare, l'ultima sua personale in Lucania, nell'Abazia Benedettina, dal titolo “Templa in caelo” (dal nome che dava al firmamento uno dei poeti preferiti di Pedota, Tito Lucrezio Caro): “...come le opere di Pedota, mappe celesti, geografie, grafie di un itinerario di conoscenza e di ricerca dell'infinito”.(4)

Fin qui in breve l'artista, ma voglio ricordare anche l'amico Giuseppe Pedota, che ha scelto di vivere qui da noi gli ultimi cinque anni della sua vita. E lo ha fatto in un umile e freddo cantuccio in Cavalcavia Santucci n. 5.

Lo immagino ancora oggi seduto di buonora in piazza Gianturco al solito tavolino all'aperto sotto gli ombrelloni dell'Antica Caffetteria a... divorare il quotidiano (la Repubblica) e a godere dell'aria tiepida e pulita della nostra tarda primavera e della nostra godibile piena estate.

Certo di trovarlo seduto, mi recavo in piazza e, dopo aver bevuto con lui la salutare tazza di caffè, si cominciava a dialogare su argomenti vari.
Di solito si partiva dal tema oggetto dell'articolo che al momento del mio arrivo stava leggendo: si passava alla politica, alla cultura, alla cronaca e  - udite, udite!? -  talvolta anche allo sport.

E a proposito di sport mi confidava di amare “la maggica Roma”, la sua squadra, e di aver incontrato più volte Francesco Totti, il quale un giorno gli chiese come potevano essere definite le sue poesie: la risposta di Giuseppe Pedota fu: “io scrivo poesie come tu fai goal!”.
Per inciso mostrava anche interesse e competenza verso la meteorologia e spesso era in disaccordo con il nostro metereologo del TG regionale, Gaetano Brindisi.

Dopo un po' ci si alzava e ci si incamminava lungo il corso Gianturco: Giuseppe comprava il suo immancabile pacchetto di sigarette; proseguendo si sostava obbligatoriamente (ma sempre piacevolmente) nella “bottega” di Marcello Samela; si continuava a salire per fermarsi presso l'edicola di Peppino Santarsiero ove Giuseppe era solito prenotare periodicamente libri di interesse storico-artistico assai rari; si tornava, infine, indietro, non prima di aver fatto capolino nel Punto Bar per salutare “Peppe e Carmela”.

Una volta tornati in piazza Gianturco ci si separava salutandosi con le sue parole: “Vado al mio lavoro”.

E a proposito del suo lavoro, voglio ricordare quando, insieme a mia moglie, ebbi modo di recarmi al Museo Provinciale di Potenza per visionare la sua retrospettiva “Acronico” nel 2007. Entrai con l'intenzione di un brevissimo atto di presenza e di cortesia nei confronti di un amico: ci rimasi quasi un'ora. Ne uscii confuso ed emozionato, più che convinto. Chiarisco subito che non sono uno che ne capisce e quindi in grado di spiegare in modo chiaro le mie preferenze: di fronte alla pittura e alla scultura “io non so scegliere, vengo scelto attraverso emozioni”. Anzi più che scelto mi sono commosso: in quel Museo, più che dai vari quadri e dalle varie sculture, ero stato preso dai versi di un poeta!

All'inizio del 2010 Giuseppe è a Cremona; spesso ci si sentiva per telefono e talvolta mi chiedeva, pieno di ottimismo:”...che dici, torno giù?”.

A ogni telefonata, però, le sue forze sembravano affievolirsi sempre di più, fin quando un giorno di inizio maggio un suo stretto familiare, parlando in sua vece, mi disse: “Giuseppe non può rispondere!”.

Pedota, Giuseppe Pedota, l'amico artista, era ormai giunto alla fine del suo intenso percorso di vita.

NOTE:
1) Da “La Nuova” di martedì 6.10.2009 (a firma gici), pag 21;
2) G. Pedota – da postfazione alla Antologia di Rita Marinò Campo;
3) Cristina Trivellin (critico d'arte) . Tratto dalla sua presentazione all'Antologica di Giuseppe Pedota nel Borgo Badiale di Banzi;
4) Giovanni Russillo – in Arte Multiversi – settembre 2009 – pag. 19

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