TESTIMONIANZE

Le magiche ellissi - Omaggio a Pepè Pedota

di Lucio Tufano
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Alle ore 18,08 del 15 maggio u.s. ricevo un messaggio al mio cellulare, dal fratello Franco: “Giuseppe ci ha lasciati”.

Dunque, è finita così la vita di un nomade dell’arte, inquieto ed insoddisfatto. Pepè, come lo chiamavamo noi amici degli anni di Potenza, che io avevo perduto di vista, errabondo ed incapace di sostare in un posto, non c’è più.

Gli anni 50 e 60 caratterizzarono un rapporto con lui di solidarietà e di reciproca stima ed amicizia. Ho chiesto ulteriori notizie di lui anche alle figlie Elisabetta ed Alessandra che mi informeranno sulla data in cui depositeranno le sue ceneri nella tomba di famiglia a Genzano di Lucania.

Impossibili ed irregolari, preziosissimi nelle idee e nella fervida capacità immaginativa, incostanti ed insopportabili, gli amici costituirono il gruppo generazionale più originale e più esaltante in quegli anni di grigiore e di confessionismo clientelare e politico...

Pedota fu a Potenza per frequentare il liceo classico Q. Orazio Flacco con noi; un anno in cui io ero nella rerza liceale A, con Tramice, Lichinchi, Franculli, e lui, con Vito Riviello e Carmelo Cuscino, era nella seconda B.

Biondo, quasi albino, quando fumava la sua sigaretta nervosamente, non trascurando di intervenire concitato in qualsiasi discussione di ordine letterario e culturale.

Sin da allora era sempre con me e con Tuccino, partecipando agli incontri al Gran Caffè o al Grande Albergo, allora appena costruito ed aperto, nella libreria Riviello, in occasione delle visite di passaggio delle personalità più famose dell’arte e della letteratura. Era solito cenare con noi, o sorbire un caffè, bere un whisky; senza mai esimersi dal disegnare su tovaglioli di carta, o su qualsiasi foglio, le guglie delle sue cattedrali, le ellissi, quelle linee sinusoidali e curve, quegli strati cosmici chiazzati di sfumature in bianco e nero, quei pinnacoli, con una speditezza tutta sua.

Con Pepè parlavamo di mari e montagne, di Sapri blù, della Fons Bandusiae, e si leggevano, con l’aiuto dei libri della libreria di Vito, i cantos di Ezra Pound, “La sposa infedele” di Garçia Lorca, le poesie dell’ungherese Petöfi, di Prevert, i versi di Baudelaire, di Rimbaud e Mallarmè, i poeti maledetti, di Rilke e di Quasimodo, di Ungaretti,...e di altri.

Ci parlava di zio Vittorio che a Genzano suonava il violino. Correvano gli anni di Marilyn Monroe, di Anna Magnani, di Kennedy e Crusciov, del 22° congresso del PCUS, e della distensione tra Occidente ed Oriente, ancora nel corso della guerra fredda.

Il bigliardo di Pascalotto ed i flippers o calcio-balilla distribuiti nei vari locali o a Monreale, alla Pineta Dancing, del grande Toruccio Giuliani, erano occasione, per noi studenti di soste frequenti. Fra l’altro, per chi era più capace di fiutare le nuove fasi dell’arte europea, si avvertiva il fenomeno della pop art, tipico dei primi anni Sessanta, con l’eco delle opere di Jasper Jhon, Rauschenberg, di Oldenburg, la poetica pop ed i simboli sui quali essa si basava: il sorriso della Monroe, i reggi-asciugamani cromati, i frigoriferi bombati, in un periodo che coincideva con gli anni di James Dean, di Marlon Brando, gli anni della gioventù bruciata e della dolce vita, il rock and roll inventato da Elvis Presley, che ballava forsennato dimenandosi, con l’isterismo collettivo dei Beatles, con il sovvertimento dei vecchi valori che già si avvertiva nel sistema di vita.

Les Gommes del 1953 di Robbe Grillet, Gulliver del 1952 di Claude Simon, La Modification di Michel Butor del 1957, La Mise en scène di Claude Olliver del 1958, sono le opere di cui si aveva notizia, e attraverso il nuovo cinema ne erano la linfa nuova.

Questo, con le nozioni dell’esistenzialismo di Sartre, rappresentava per noi la nuova letteratura che consentiva ai suoi autori di operare scoperte e sondaggi nelle relazioni tra l’uomo, il mondo e noi.

Nei nuovi film di Fellini, da “Le notti di Cabiria”, allo “Sceicco bianco”, alla “Dolce vita” (1959), si ponevano in luce i mali inguaribili di una umanità ancora presa dai suoi riti infantili; di Antonioni che cercava nelle case uno specchio simbolico della condizione umana; di quel cinema che alla fine degli anni cinquanta, evidenziava una ventata neoromantica, di Bergman che riproponeva il richiamo in direzione di una attualizzazione della indagine intimistica e del monologo interiore, così si intravedeva, da parte nostra, una sorta di indagine sui mali tradizionali e sulla autocritica di una borghesia che non voleva chiudere la sua missione storica.

Ancora suggestioni neo-romantiche ci derivavano dai film come “Notti bianche” di Visconti, “Hiroshima mon amour” di Alain Resnais e “Quattrocento colpi” di Truffaut, agli inizi degli anni sessanta.

Erano queste le fonti, oltre alle letture alle quali ci abbeveravamo, in quegli anni di formazione e d’immanente ricerca del nostro più recondito essere.

La memoria di tutto questo se n’è andata, non tutta, con il nostro amico Pepè, pazzo di talento e d’esistenza.

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