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Giuseppe Pedota - Equazione dell'infinito
di Biagio B. Propato “Velata luce
smuove fiori e tronchi
senza migrare”
B.B.P.
L’incursione dirompente, sapienziale, tuonante, nella storia secolare, nella storia dello spirito, degli astri, dei pianeti, delle luci, delle ombre, dell’errare nell’errore, produce una chiave di lettura di non facile e immediata comprensione del linguaggio associativo, alchemico, esplosivo e della poetica indefinita di Giuseppe Pedota, pittore collaudato, solo da qualche tempo liberatosi dall’accumulo magmatico, iniziandosi, già con raffinatezza e con destro all’ancora più scosceso sentiero che conduce al “Logos”.
Egli apre una navigazione apparentemente senza una nave, un timone, un timoniere visibile, in un oceano di vastità di conoscenza accresciutasi nei millenni.
Assomma idee e dottrine, modelli, meditazioni, colori, sapori, citando con lucida puntualità eventi, passaggi esplorativi della mente umana, dividendo il suo “Ego”, dilatandolo, per poi riunificarlo in seno allo scibile con la sola inquadratura dall’occhio centrale.
Giungerà un soccorritore a sottrarlo dal groviglio di sistemi che lo vedono dentro e fuori il mulinello, il turbine?
“De profundis o madre l’inesausta
chiara tristezza e queste lunghe lune
ti chiamano e le stanze luminose
ancora mi posseggono all’incanto
delle verdi stagioni della luce
sono tornato dall’illimite”
Ciò che rende l’uomo inferiore a Dio, è proprio il “Limite”, posto simbolicamente nell’albero della conoscenza del bene e del male in Eden, e ciò che rende il poeta un tantino inferiore al profeta è che il primo, poeta (poetizza), il secondo, profeta (profetizza).
Il pittore poeta della terra dei lupi, irrompe come uragano infrangendo la retina che separa l’umano dal divino appropriandosi e addentrandosi nell’illimite, assumendolo in fine, come schermo da cui proiettare la sua intensa “Visione”.
Il particolare “Viaggio”, va quindi inquadrato fuori da certi topoi formali e semantici e letto e interpretato mediante due piani e livelli che spesso risultano binari e inconciliabili.
Il punto focale d’incrocio diventa realizzabile solo instaurando una sottile percezione delle due nature e più, che vibrano.
Il primo livello di scorrimento è nelle acque di un corpo che diventa siderale e s’inerpica e scia negli spazi più impensabili e abissi.
Il secondo momento di irrealtà reale, è calante, terreno, palpabile, e qui pare che si riconosca l’essere cogente, il parlante, l’agente, il “Bar Enash”, nelle sensazioni che ancora riceve, ricordandosi di quando aveva un involucro carnale.
“Lucania lucis l’eden tra la torre
normanna di Tricarico e le selve
di lupi che odoravano di neve
e falchi neri le ali di rugiada
inseminati da sapienza i venti
grand’inventori di storie e di sciarade
sulle flotte ulissiache dei sogni.”
In questi versi il poeta evoca e rivela la sua appartenenza, la terra d’origine sfiorata dal respiro di Odisseo e camminata da splendidi e famelici canidi che nelle notti profondamente invernali non esitano a scendere a valle, tra le case.
Ma non c’è nostalgia in queste immagini! Il tutto viene visto all’interno dell’andare e ricostruito e guardato da uno spettro che trasforma la realtà ordinaria in un mondo immaterico saggiato dall’Illimite.
Subito dopo l’anàbasi, lo spirito sale, s’invola e produce visioni, diventa gnomico, ontologico, aggiungendosi al vaticinio.
“Per i figli che lasceranno
ad una greppia da palio
i cavalli dell’apocalisse
abbandonando trombe e cavalieri
tra gli arcipelaghi delle stelle
L’autoritratto è un efebo
per i languori di Saffo ed i corrucci
di Michelangelo
L’autoritratto oracolo
del nuovo messia dopo un billennio
di tristezza a ricatto dell’aldilà
…amen…amen…dico vobis…
Non c’è mai stata storia come questa
costruita su un giusto da mercanti
del suo verbo”
“Equazione dell’infinito” , è un lavoro omotolèuto, lavico, ma concentrato, denso come pulsars, in molte parti, dove l’uomo e l’artista non si trattengono, non si risparmiano, portando campi semantici e fonici, fuori da ogni abituale immaginazione, sentendosi liberi poiché non gravati dall’essere poeta per vocazione, per struttura, per mestiere.
Alla base del suo intendere e vedere, Pedota si sente come l’esule di Patmos, senza remore, adirato, saggio, visionario simmetrico e lancia le gesta dei suoi molteplici Io, attendendone il rientro per il punto, la narrazione.
In certi momenti, la sua mente, che percorre ed è percorsa, diventa Non Mente e i linguaggi che essa crea, nel Logos, nella sintassi e nelle topografie del segno, sono rami di unizioni: “filigrananeve, ventremuschio, pellemidollo, cappaseicentoventidue ecc.”
Solo dopo l’impetuoso percorso, l’ora poeta, canta dalla natura dell’uomo, e il senno sembra riaffacciarsi, dopo infinità di trasmigrazioni, di assenze-presenze, di ubiquità cosmiche.
L’io, stremato dal dire tutta l’ “accumulazione” riesce a trovare dopo l’estasi dell’errare il luogo su cui planare, si ha l’agnizione, scende dall’ippogrifo, si converte in pulviscolo, meteorite umano che richiede luce:
“O mia stella segreta come l’ombra
dell’altra luna
se le finzioni del cuore preservassero
dalle comete amare
io tramerei un bozzolo di luce
per incontaminarti
e appannerei il mio specchio con un alito
di senno”.
“Cori e versi
notturni lungo il fiume
del duro rientro
B.B.P
Roma, 23.1.1997
