TESTIMONIANZE

L'entità vibrante

di Enrico Buda
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Un pittore lucano che porta quasi con leggerezza tutto il peso di un’antica tradizione pittorica ed architettonica.

Abituato fin da ragazzo alle grandi strutture classiche della Magna Grecia non poteva non sentire il fascino dei grandi templi attraverso i quali prorompeva ed irrompeva una calda luminosità, la calda luce dei cieli del sud ingigantita dai rossi, dagli azzurri sfondi naturali. Per questa tradizione atavica che non per quello, in effetti poco, che gli ha potuto dare l’Accademia di Brera egli si è allontanato, potremmo dire che non ha considerato certe dialettiche espressive in quanto portato ad esprimere non lo schema esteriore delle forme ma la “violenza” della loro presenza su un testo naturale a legittimazione della figura nella sua accezione psicologica.

Non l’anatomia delle cose anche nella forma sintattica più snella e sensoriale ma il sensitivo astratto. Equilibrare, perciò, il modo di essere del colore con il colore stesso senza cercare il vantaggio  - illusorio nella sua letteratura pittorica -  materico o la corposità che può tradire l’insieme di sensazioni in quanto la materia è suscettibile di deformazioni sensitive, è il dato che lo ha portato ad avvalerci di un ritmo coloristico puro, terso, senza spessore attraverso il quale la luce si decompone creando movimento e tensione ed infine organizzando il pensiero con concetti di espressività capaci di cogliere le pulsazioni più intime della materia viva. Questa, poi, si affolla nella sua memoria pittorica ed egli allora squarcia le campiture per evidenziarlo ed esprimerla completamente e non attraverso le perifrasi dell’aggettivazione formale ma solo per mezzo delle connessioni di luce e di tono, intensità coloristica.

Da questo dibattito fra luce e colore ecco quasi emergere per l’apporto dei toni differenziati le diverse note costruttive che organizzano l’opera, la costruiscono, la elaborano.

Ora il colore acquista dei suoni e si fa vibrante mentre la profondità perde di conseguenza calore e si affaccia con luce metallica e fredda e quasi tagliente alla sommità della costruzione cromo-luministica quasi per accertarsi dell’esistenza di tracce di una immediata riconoscibilità ma viene risospinta, quasi per conseguenza dialettica equilibrante, verso quel profondo che l’aveva emarginato; ora è un “tratto” coloristico che propone secondo un ritmo dilatato degli ampi spazi per mezzo dei quali si fa quasi possibile l’identificazione aggettivante su un piano di assoluta naturalità ma si tratta il più delle volte di un affiorare improvviso che vuole delle letture sempre nuove e sempre diverse con solo qualche occasionale relazione con l’enunciato messo in evidenza mentre tende a risolvere secondo eguaglianze ritmiche il congegno dinamico di una proiezione verso l’alto infinito od il godimento di una insita staticità portata a beneficiare del caldo del colore che martella i vuoti.

Così operando egli toglie sempre più spazio a quel nulla che l’affascina per renderlo entità vibrante.

Certo Pedota si sente sempre più preso dalle sue stesse creazioni ed alle volte si ha la sensazione che egli le guardi con lo stesso occhio affascinato e nel contempo saturo di orgoglio umano con cui un ragazzino lucano guardava da lontano le grandi arcate delle antiche architetture, rose dai venti e dal tempo ma capaci ancora di rompere con il loro ritmo l’azzurra pianura del mare e del cielo.

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