TESTIMONIANZE

Enigma (sulle orme del tempo - sulle tracce di Pedota)

di Carmine Pietrapertosa
immagine testimonianza


 

Se l’opera di Pedota, pittore e scultore, è unica nel panorama artistico, tale unicità si avverte in ogni fibra delle sue opere in versi, come fossero cosa solida e palpabile. E la sua poesia, a-tipica, in-comparabile, stra-ordinaria (intesa nel senso classico del termine: oltre l’ordinario) è lì, come pietra miliare ad indicare il passo, a palesare un sentiero, anzi, a rivelare il sentiero. Unico e possibile.

Il poeta è duro, inflessibile, a tratti severo eppure dipana il suo canto dolcemente conducendo per mano, pazientemente, in un mondo altro, nel suo mondo. Ed è lirica.

Ma attenzione. Il ramingo Pedota in versi è assolutamente indigeribile, la sua poèsis ha peso e spessore che sfugge a qualsiasi misura, resta nello stomaco, staziona fluida, come sospesa, e si metabolizza lenta-mente.

E lentamente levita alla mente, come il nostro aglianico vulturino, lasciando poi l’incauto lettore ebbro e stupito a ruminare... a leggere e rileggere ancora. Solo allora sarà possibile sentire una luce parlare, lieve, dal più profondo dei recessi, dal più intricato labirinto, dal più vero essere.

Ma riflettiamo un momento su queste tre semplici affermazioni:
•    Pedota è pittore e scultore
•    Pedota è scrittore e poeta
•    Pedota è musicista

Le tre asserzioni sono tutte singolarmente ed intrinsecamente inattendibili poiché visioni parziali del genio creativo di Pedota che non vi può essere associato compiutamente: se affermiamo che Pedota è pittore e scultore dimenticando di dire che è, prima o contemporaneamente, scrittore e poeta, ed anche prima ancora o contemporaneamente, musicista, non rendiamo onore alla verità che in questo caso è, per così dire, trina, cubica.

Pedota è artista alla terza potenza, un geniale e bizzarro folletto che assegna all’arte e alle sue poliedriche manifestazioni il ruolo di solido baricentro della sua cosmogonìa. Passa da una disciplina all’altra con noncurante disinvoltura e, anzi, maneggia, plasma l’una con la materia dell’altra, con gli strumenti e le tecniche dell’altra.

Come non vedere una mirabile opera pittorica nella splendida Lucania lucis? Certo Pedota affrescava la parete del tempo e della storia quando pose mano a quest’ode. E come non coglierne il timbro, il ritmo, la sonorità musicale? A tratti sembra scorgere una sequenza che fu detta divina, un costrutto aureo di geometrica bellezza.

Se “la musica è il suono della matematica” (Mizler), il suono dell’opera pittorica di Pedota è la sua poesia e questa, a sua volta, è la sua genesi musicale. 

D’altra parte, gli esempi non mancano. 

Schiller era musicista: “Quando mi accingo a scrivere una poesia, nel mio spirito ne sento tutta la musicalità molto più chiaramente del contenuto”. Goethe invece era pittore, tanto che pensò spesso che la sua vera vocazione fosse piuttosto la pittura.

Nietzsche era un musicista. Vi fu un momento in cui volle persino cimentarsi nella composizione e fece esaminare da Wagner i suoi tentativi. Di Wagner stesso, Nietzsche dirà: “Come musicista Wagner deve essere posto tra i pittori, come poeta tra i musicisti; come artista nel senso generale della parola si deve porre tra gli attori”.

Raramente l’Arte adopera un solo attrezzo o fluisce in un solo fiume, al contrario, invece, il suo vasto oceano “unicizza” le sorgenti e ne rende possibile la sincronia. L’Arte è poliglotta, incide il suo codice genetico in lingue che solo all’apparenza sono diverse, è una sorta di Esperanto, materia e strumento per rappresentare quel che è stato, che è e che sarà, mediazione col perfetto divenire e, infine, se possibile, tenta il colloquio con Dio.

Gli oggetti di Pedota sono “solidi”, la sua fertile cornucopia ci dispensa sempre valori cubici sia che il suo genio creativo generi immagini che suoni o parole. Egli ci presta i sensi per vedere, sentire e finanche annusare quel che è dentro e quel che è fuori, molto fuori, oltre. 

Ma si avverte il limite delle umane possibilità: è necessario sintonizzarsi sulla giusta lunghezza d’onda per apprezzare il sincretismo pedotiano, per ascoltare ed annusare la sua pittura, per vedere e toccare la sua poesia, per palpare la musica che attraversa tutta la sua opera.

Non è tanto nel piano il pentagramma della melodia di Pedota quanto invece nello spazio. Spazio che spesso e volentieri ammicca ad altre dimensioni, oltre le consuete tranquille e rassicuranti.

Ma insomma allora, chi è Giuseppe Pedota? È un architetto? Un designer? Uno scenografo? Oppure uno scrittore? Pittore? Saggista? Scultore? Poeta? Musico? 

Il nostro artista è un impareggiabile incursore.

Dato che il presente sembra interessarlo assai poco, verosimilmente lo si direbbe un narratore proteso, o meglio, in bilico tra passato e futuro. Cioè tra storia intesa come verità dei fatti e tutto ciò che potrà essere e che sarà. Un novellatore delle arti osteggiato fino al limite dell’ostracismo, un tenace gitano con una sconfinata fiducia nella possibilità di riscatto dell’arte nonostante il periodo buio dell’ultimo novecento. Lo si direbbe quasi un alieno caduto per errore sulla terra e nella nostra epoca e tuttavia ciò che colpisce “il terrestre” o, se volete, “l’umano”, è la sua inusitata affabilità non disgiunta dalla netta denuncia della deviazione o dell’errore.

Non sarà magari un moderno menestrello o cantastorie? 

O forse più propriamente un giullare che, con l’innocenza di un bambino ed oltre il politically correct o la mesta e prona convenienza, è capace di vedere e finalmente di gridare “il re è nudo!”.

Nella poetica pedotiana il tempo è leggero, effimero, transitorio. Ma, anche, solido continuo e immobile, concreto e impalpabile, intangibile, immisurabile.

Il tempo concorre prepotentemente alla determinazione dello spazio nell’opera di Pedota, ma è uno spazio diverso, uno spazio sospeso che affonda le radici in un’antica cosmogonia fatta di segni ancestrali, inattese cromìe, gesti e suoni primigeni, magnifici numeri primi legati in relazioni indissolubili. L’arte di Pedota è superbamente strabica, esplora il tempo e lo spazio in direzioni multiple fino ad approdare alla proclamazione solenne della necessità dell’arte e della sua ineluttabilità, del linguaggio poetico come fatto ineludibile e profetico, dei singoli minuti frammenti o fonemi come segnali di luce lungo un percorso. 

Per non smarrire la via. O per ritrovarla.

Nel mentre si avvertivano sempre più distinte e pure le note delle sue policrome sinfonie, le sinopie di Giuseppe Pedota sono perse nelle curve dello spazio. Ma pure, lì, tra le anse del tempo, pazienti attendono.
Fonologia e sintassi dell’intero sistema linguistico pedotiano sono ancora tutte da decifrare e comprendere. Per questo, ogni opera di Giuseppe Pedota custodisce un enigma. Anzi, è essa stessa un vivo e palpitante enigma …

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