TESTIMONIANZE
- Giulio Carlo Argan
- Leopoldo Attolico
- Berenice
- Franco Bochicchio
- Enrico Buda
- Rino Cardone
- Nicolò D'Alessandro
- Antonella Dicorato
- Michele Finizio
- Harry Harris
- Dante Maffia
- Corrado Marsan
- Sandro Montalto
- Ugo Moretti
- Franco Palumbo
- Carmine Pietrapertosa
- Biagio B. Propato
- Luigi Rigoni
- Vito Riviello
- Fiammetta Selva
- Lucio Tufano
- Ernest Zeisler
- Giuria "Oscar d'oro"
Presentazione per la mostra personale a "La scaletta" di Matera (1970)
di Franco PalumboAlcuni pittori sono come fiori sconosciuti di bosco che vivono nascosti sotto cespugli di silenzi da dove forse per non molestare l’equilibrio della vita che li circonda, fanno germogliare silenziose forme colorate meravigliando chi le scopre. Giuseppe Pedota, pittore di Genzano Lucano, si fa oggi scoprire nella sua terra con la sua tavolozza geniale.
Emigrante con le sue ansie, recupera nelle nebbie del nord le esplosioni di colore, che raccoglie nella memoria dei ricordi ribelli, da quella luce delle valli del Vulture che riinventa con trame di fittissimi toni.
Una sua recente mostra è stata presentata come “pittura sovvertitrice”, “pittura dell’inconscio”. È il male di chi vuol fare appartenere ancora i figli della Basilicata ad una radice di magia. Esiste un solo canale che ci conduce a riconoscere un artista ed è quello della sua poetica e non della sua alienazione. Un pittore non dipinge per effetto di droga, ma dipinge perché si riconosce in un evento della sua esistenza. Perché si è nutrito di sensibilità educata a percepire i valori della vita. La sua presenza nella società è un tramite tra il sogno e la realtà, una via dove la severità delle invenzioni fanno riconoscere gli uomini ancora capaci ad intenerirsi per un viola-autunno o per un azzurro-mare.
Pedota articola le sue invenzioni pittoriche su strutture-colore invadendo lo spazio delle tele con consumata ricerca e con gusto di lettore. Lettore di un’epoca che gli suggerisce, attraverso gli acrilici, germinazioni di mezzi per comporre sinfonie di colori.
La sua Lucania è donna ringiovanita da cosmetici rubinstein, che con mani affusolate va rompendo trame, che ragni colorati hanno tessuto sugli aridi calanchi. Fa fondere i venti in vallate anonime intonando, sui tasti cromatici, bizzarre disonanze.
Questo vecchio amore per la pittura impensierisce Giuseppe Pedota. Non vorrebbe tradire la radice realistica delle cose, ma improvvise impennate lo fanno approdare in spazi astratti, e tra una natura mortificata e visioni di trasparenze formali, predilige ragioni narrative. Se durante la mostra qualcuno dice: “questo ha bevuto l’acqua della ‘fontana cavallina’ del suo paese”, credeteci, perché Giuseppe Pedota, da ragazzo, ha bevuto tant’acqua dalla fontana; ma la sua pazzia è saggezza quando ci mostra i suoi dipinti che ci suggeriscono una frase di Baudelaire: “La natura è un tempio dove dei viventi pilastri / lasciano a volte intendere confuse parole. / L’uomo passa attraverso foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari”.
ottobre 1970
