TESTIMONIANZE
- Giulio Carlo Argan
- Leopoldo Attolico
- Berenice
- Franco Bochicchio
- Enrico Buda
- Rino Cardone
- Nicolò D'Alessandro
- Antonella Dicorato
- Michele Finizio
- Harry Harris
- Dante Maffia
- Corrado Marsan
- Sandro Montalto
- Ugo Moretti
- Franco Palumbo
- Carmine Pietrapertosa
- Biagio B. Propato
- Luigi Rigoni
- Vito Riviello
- Fiammetta Selva
- Lucio Tufano
- Ernest Zeisler
- Giuria "Oscar d'oro"
Un poeta solitario
di Ugo Moretti
Giuseppe Pedota è un pittore solitario, un’artista scontroso, un ribelle in esilio. Fa parte di quella fauna aristocratica della cultura che disdegna i prosceni, detesta le metropoli, sceglie le residenze nelle riserve di provincia dove è più facile sottrarsi all’impegno mondano, all’attenzione e al controllo del prossimo e dove - oggi sempre di più - la concentrazione sull’opera è favorita dall’isolamento.
Errabondo e irrequieto, Pedota abolisce i confini e annulla le distanze morali e geografiche con viaggi repentini che hanno la misteriosa apparenza di fughe per ignote destinazioni, ritorni improvvisi e lunghe clausure durante le quali dipinge, travalicando ben più remote barriere spirituali. E il suo mondo macrocosmico si arricchisce ogni volta di temi, così come la sua esistenza umana si fa di tempo in tempo più severa.
Sottoposto fin dalla più tenera infanzia alla più dura delle discipline, cioè lo studio della musica, abbandonò bruscamente la tastiera a diciassette anni.
In realtà il suo grande amore era la pittura, ma anche nell’esercizio di essa Pedota fa pesare questo lato peculiare del suo carattere, rifiutando di esporre, di partecipare a premi e a concorsi finchè gli rimane un metro di spazio nello studio.
Da un artista di questo carattere, al quale va aggiunto un temperamento entrante, impulsivo, ci si aspettano opere impetuose: il che puntualmente avviene ma qui è sorprendente - in queste opere alla foga ispirativi corrisponde in contraddittorio una fredda lucidità d’esecuzione. Le grandi folate di colore che sembrano spazzare le tele come colpi di vento scaturiti da un raptus lirico sono invece calibrate in ogni molecola cromatica, in ogni curvatura d’ellisse, in ogni punto d’impatto. La fattura d’effetto subitaneo è frutto di rigorosa applicazione e di meditate esperienze. Come il musicista prova innumerevoli volte un tema, studia un passaggio, cerca la perfezione dei tempi così Pedota per ogni opera stende innumerevoli piani, calcola gli spazi all’infinitesimo, definisce i ritmi col metronomo della sua sensibilità. E l’attimo ispirativi si cristallizza come ibernato finchè non è certo che ogni strumento necessario alla pittura (cioè ogni scelta) è pronto per la sua utilizzazione.
Qual è dunque il mondo poetico di Pedota, tal quale si evidenzia nelle sue opere? Indubbiamente un mondo aperto alle più disparate avventure spirituali, alle indagini intellettuali tra i segreti degli elementi, ricco dei sogni sensuali di un pagano che, tra le pieghe sconfinate della natura, colloca le allusioni immortali dell’eros. I conflitti che mantengono viva l’esistenza dell’uomo nel suo rotare ciclico nell’universo vedono emergere nella pittura di Pedota una figura di donna. Costei non è un ritratto fisionomico - benché Pedota sia un ritrattista eccezionale - quando la delineazione emblematica del suo ideale romantico, un calco sentimentale, un sigillo esplicito dalla carnalità misurata della concezione che egli si è formato dalla femminilità.
Dolente o scatenata nel peana, abbandonata nell’atto d’amore o riscattata nella rivolta, la donna di Pedota è protagonista di eventi in cui sono coinvolti cielo e terra, ambizioni, sentimenti, pensieri. Essa domina campeggiando i paesaggi dei grandi spazi, è arbitra degli scontri tempestosi degli elementi, presiede ai riti cosmici con la sua regale possanza di matrice. Sfuma tra le nebbie rosse dei tramonti, emerge dal palpito notturno delle maree, balza protagonista dell’inconscio, del surreale, del metafisico e tutto intorno a lei - personaggi, atmosfera, titolo - diviene comprimario al suo trionfo.
Si potrebbe individuare la sua presenza anche nei grandi quadri dove non appare, nelle opere in cui Pedota libera in duelli dalle volute eleganti e terribili, muovendo le nuvole contro gli oceani, i cicloni sulle rocce, le costellazioni addosso alle cattedrali in un’apocalisse determinata, orchestrando furiosamente i volumi negli spazi.
