TESTIMONIANZE

La pittura visionaria di Giuseppe Pedota

di Berenice

Testo per l'antologica nella sede culturale della Banca d'Italia di Roma, 1986

 

Una volta Carlo Levi, mostrandomi un suo dipinto di personaggi variamente definibili e indicandoli secondo i mestieri o le professioni in base all’aspetto fisionomico, volle insegnarmi che la faccia è una patente, e di lettura neanche difficile.

Ho associato questo ricordo a Giuseppe Pedota non solo perché Pedota è lucano (voglio dire proveniente da una regione del sud spiritualmente appartenuta a Levi, che col suo “Cristo si è fermato a Eboli” ne fece un riferimento e un emblema di tutti i sud del mondo); né perché fu amato amico di Levi, ma perché incontrando Pedota per la prima volta, difficilmente si può supporre che il suo lavoro non sia il lavoro di un pittore. Per questo stupisce che un artista come lui, che da anni dipinge, disegna e incide con costanza appassionata, vada anche ponendo, con la stessa determinazione, tra sé e gli altri, anni di silenzio e di assenza da quella che si chiama la scena dell’arte. Non è a caso che oggi Pedota torna a esporre a Roma dopo una pausa tanto prolungata, lo faccia in risposta non a una qualche domanda dell’imprenditoria artistica, ma di una chiara voce amicale: quella di Vito Boffoli del Casc, un’associazione culturale molto attiva, voluta dal massimo istituto di credito del paese: la Banca d’Italia.

Giuseppe Pedota risiede a Roma ma opera in un verde e incantevole luogo rimasto famoso per certi banditi che al lume delle imprese brigantesche delle ultime leve diventano personaggi patetici e romantici come il “Passator cortese” cantato dal Pascoli.

La pittura del Pedota, della quale oggi voglio parlare, è il risultato di una lunga ricerca: la ricerca del pittore contemporaneo che tenta di rompere gli schemi della cultura figurativa per darci una nuova visione della realtà e una nuova interpretazione dei sentimenti. Tutto ciò che Pedota dipinge o disegna è sostenuto da una impeccabile base formale (di quel formalismo, per intenderci, che a una conferenza sull’arte moderna al destituito Circolo Artistico di via Margutta fece dire a Virgilio Guzzi “Tutti noi sappiamo disegnare una mela, un bicchiere”, avendosi in risposta da una voce della sala un cupo “Magari”). Il risultato di questa ricerca di Pedota è altrettanto impeccabile. Le figure che sulle sue tele erompono dal colore e dai segni sono sempre come lanciate alla ricerca di spazi; sempre collocate in dimensioni segniche che le supportano e le compendiano creando eleganti rapporti di equilibrio tra forma e immagine.  Il riferimento del più recente far pittura di Pedota; quello di cui la mostra attuale ci presenta alcuni risultati, è il Liberty. Un riferimento inteso non come rivisitazione, ma come recupero di certi dati; rivalutazione e ricollocamento di certi moduli che Pedota utilizza soprattutto nelle campiture delle sue grafiche, dove l’eleganza del curvilineo ribalta la funzione del segno, che in Pedota sembra invadere gli spazi per determinare le superfici più che per occuparle.

Altro è il discorso quando l’artista si affida tutto al colore, specie là dove abbandona la figura. Qui l’impegno creativo e cromatico, si risolve in pure forme astratte mentre il colore è elaborato, sempre sostenuto da un evidente impegno grafico. Perché all’interno della pittura di Pedota, il segno è sempre determinante, e la sua qualità, mai dominata dal colore.

Ma anche quando la figura si incunea in queste intense forme cromatiche come all’interno di un magma, astrazione e figurazione che non si elidono, ma si compendiano, e gli equilibri tra figurativo e astratto si calibrano, creando sulla tela quella misura di rapporti che fa di un quadro sempre un opera compiuta.

Anche il rapporto tra colore e colore, nei quadri di Pedota è estremamente armonizzato; non solo quando i colori si corrispondono, per simpatia e per derivazione, ma anche quando contrastano e si oppongono, riuscendo sempre a convincere a ad accendere sulla tela la totalità di una composizione felice.

Ma in questa pittura di Pedota, in questo Mongibello di colori, di segni e di forme, si accampano soprattutto i significati del suo naturale rapporto con ciò che vive, come dice Shakespeare, fra cielo e terra; e ciò che dovrebbe esistere oltre il cielo. È lui stesso che dichiara questo intento di darci, attraverso i suoi dipinti, lo spaccato di una visione sui moti segreti dell’ultrasensibile e su certi intuibili paesaggi galattici che appartengono ancora al futuro. L’artista insomma vuole darci la chiave di lettura della sua opera perché ci apra a ciò che più corrisponde al suo pensiero, alle sue spinte a far pittura; alla sua capacità di rapporto con dimensioni “altre”. Motivazioni che fanni di Pedota anche un pittore visionario.

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