Giuseppe Pedota e il "new renaissance"

di Beniamino Daniele

 

Quasi come se fosse a conoscenza di un destino già segnato, Giuseppe Pedota, fin dalla giovinezza, ha sempre palesato l’intenzione di dedicare e quasi di sottomettere la sua intera esistenza all’arte. Mezzo secolo ci separa dai suoi inizi che. E’ nel profondo sud della  Basilicata degli anni cinquanta che tutto nasce. Con il tipico ardore giovanile, cominciano i primi passi al fianco del gruppo fautore del risveglio-riscoperta culturale della Lucania promosso da Carlo Levi e della breve, ma significativa esperienza di Rocco Scotellaro.

Una parte culturalmente molto attiva della società meridionale si strinse attorno a questo gruppo dando vita a un importante, quanto inedito, dibattito che ebbe anche importanti risvolti politici.

Storicamente dimenticato, il Sud, in quegli anni di transizione per l’intero Paese, uscito dissanguato dal secondo conflitto mondiale e in lento avvio verso il boom economico degli anni sessanta, aveva bisogno di programmi ben  precisi che mettessero in luce e portassero in ambito nazionale i problemi e le più impellenti questioni del Meridione.

Il contributo del giovane Pedota a tali programmi sarà come al solito particolarissimo, come quando in occasione delle prime elezioni libere disegnerà grandi murales in piazza Sedile a Potenza o quando assieme a Levi sarà promotore delle celebri conferenze sull’analfabetismo in Lucania.  

L’attenzione per i problemi  politici e sociali e l’amore, quasi viscerale, per la regione d’origine e per il Meridione  tutto, rischiavano però di ingabbiarlo in un ambito troppo strettamente locale. Un rischio concreto, soprattutto considerando la realtà “centripeta” di provenienza. Ma fin da giovane emerge prepotente la propensione di Pedota ad allargare i propri orizzonti, una voglia continua di arricchire la propria formazione culturale con nuove  esperienze. Ed è così che nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 cominciano i viaggi in Italia e in giro per il mondo. E’ il primo vero banco di prova per un Pedota ancora acerbo, ma già indipendente e desideroso di affacciarsi al panorama culturale internazionale come singolo e non più come membro di una corrente collettiva. 

E’ Parigi la sua nuova casa e sono Jean Paul Sartre e Jorge Luis Borges, conosciuti proprio in quegli anni, i suoi due nuovi interlocutori culturali e politici. Due personalità agli antipodi in tutti i sensi, ma complementari nella sintesi che ne offre Pedota.

Da un lato l’analisi lucidamente laica sulla condizione umana del filosofo francese, dall’altro la dimensione “misterica” nell’arte codificata dal poeta argentino che, attorno al 1964, con l’“Espacio Curvo” metterà sotto forma di scrittura quello che Pedota faceva con pennelli e colori a olio. 

Sono anni trascorsi a cavallo tra la Francia e il nord Italia. Sono gli anni dei primi contatti con Giulio Einaudi, Cesare Pavese, Elio Vittorini, con un ritrovato Carlo Levi. E sono anche anni di rinnovato interesse per il dibattito politico e sociale italiano, aggiornato alle esperienze simili, ma provenienti da realtà profondamente diverse, degli intellettuali torinesi e milanesi.

Sono certamente anni determinanti nella storia di Pedota, nel bene e nel male. Anni di fervida attività e di successi in ambito internazionale. Ma sono anche anni gli anni delle scelte di autonomia – o di frattura - che contraddistingueranno tutto il resto del suo percorso artistico.

Proprio nella Milano dal clima culturale effervescente, Pedota incontrerà Roberto Crippa e Lucio Fontana, neo fondatori dello Spazialismo, principale alternativa all’Astrattismo geometrico di Giuseppe Capogrossi, Corrado Cagli e gli altri e in alternativa alla poetica della Materia di Alberto Burri. Ed è proprio con il gruppo milanese che Pedota avrà maggiori affinità. Da un punto di vista concettuale, per  esempio, con l’idea di riconquista del primato dell’invenzione, la valorizzazione del transitorio e del dinamico e le stesse ricerche “spaziali”. Allo stesso tempo però, emergono le divergenze,  per Pedota  insanabili.

Anni dopo, nel 1975, sarà Giulio Carlo Argan a sottolineare questo aspetto. In occasione di una mostra a Londra, userà termini come “voce contro”, “solista” e “folgorazione” per l’incontro con “un artista appartenente ad un altro pianeta”.

Fusioni e contraddizioni, di questo è fatta la materia artistica di Pedota. Arte che disorienta, ma capace anche di creare relazioni psicologiche in un viaggio di comprensione complicato e allo stesso tempo avvincente. E un gioco avvincente potrebbe essere tracciarne un identikit della sua arte seguendo il suo continuo peregrinare in giro per l’Europa. E allora bisognerebbe parlare dei già citati contesti milanese e torinese. Si dovrebbe parlare della Francia, della Parigi centro catalizzatore delle principali correnti astrattiste del dopo guerra. Sicuramente sono anche qui i grandi punti di riferimento di Pedota: nella trama serrata di rapporti cromatico-lineari di un Alfred Manessier o nel gusto per il colore di derivazione impressionista di Jean Le Moal o ancora nel groviglio lineare di Pierre Talcoat. Ma oltre a Parigi, ci sono anche i continui viaggi nell’Europa continentale e settentrionale, che quindi lo avvicinano al neo–espressionismo tedesco o alla particolare situazione artistica “insulare” inglese. Ma forse l’unico modo per trovare la chiave di volta della sua formazione, e di conseguenza comprendere la sua arte, è fare un salto in terra nostra e in anni più recenti, quando Pedota ha messo la poesia su un binario parallelo a quello della pittura.

“La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.  Adunque queste due poesie, o vuoi dire due pitture, hanno scambiato i sensi, per i quali esse dovrebbero penetrare all’intelletto.” (Leonardo da Vinci, Trattato della pittura). 

Pedota è sempre stato poeta, ma soltanto nel 1995 comincia a dare una più concreta fisionomia a questa sua vocazione. Come spesso accade, la prima opera diventa la summa di tutte le esperienze passate e allo stesso tempo premonitrice di percorsi nuovi e di nuove idee. Ed “Equazione dell’infinito” è proprio questo per Pedota, un autoritratto poetico. Si tratta di un lavoro studiatissimo, costruito quasi con rigore scientifico nei minimi dettagli, che obbliga il lettore a un lavoro di scomposizione e ricomposizione dei singoli componimenti e dell’intera raccolta. L’unico modo per comprenderne a pieno i riferimenti, le sfaccettature e anche le finezze letterarie.    Una panoramica della sua esperienza attraverso componimenti del passato (la lirica “Occupazione” per esempio è datata febbraio 1977) o attraverso il ricordo (che sia di amori, di affetti, della terra natia o delle esperienze politiche o artistiche). E intanto si preannuncia un nuovo importante momento di svolta che andrà a compimento nella sua seconda opera poetica.

“Einstein: i vincoli dello spazio” è una sorta di poemetto scientifico–filosofico che per la prima volta codifica l’estetica di Pedota, richiamandosi in parte a un isolato tentativo risalente addirittura agli anni ‘50 (Per una nuova estetica, volume scritto a quattro mani con Vito Riviello). 

Tanti sono i richiami all’esperienza personale, come in “Equazione dell’infinito”, ma adesso, per la prima volta, comincia a delinearsi in maniera compiuta la sua arte. Come se per la prima volta stesse schiudendo le porte del suo mondo segreto e lentamente stessero affiorando i testi, gli autori, i pittori, i musicisti e i sogni suoi genitori. E in alcuni questi passi queste rivelazioni hanno quasi il sapore di ingenue confessioni:

 

“[…] nascere nell’anno della croce uncina 

che provava i suoi artigli di acefalia 

deforme 

devastando i colori ed il cuore di Klee 

e per quali segnali d’elezione 

egli mi rese la sua scienza 

di rendere l’invisibile visibile?”

 

E’ Paul Klee il tassello mancante, l’artista che Giuseppe Pedota, pur essendone separato per ragioni anagrafiche, ha sempre sentito veramente vicino.

L’artista che si addentrava nelle regioni dell’inconscio, fratello di due grandi rivoluzionari chiamati Sigmund Freud e Carl Gustav Jung. La pittura non come rappresentazione, ma visualizzazione e percezione. Un concetto, di sintesi spietata, ma efficace, dal quale muove l’arte di Pedota.

Un’arte dal punto di vista formale che pure ha subito numerose evoluzioni nel tempo, ma più o meno sempre basata su tre cardini fondamentali. Il virtuosismo disegnativo, esaltato nel monocromo dei lavori di grafica o nei primi dipinti di stampo, tra mille virgolette, più figurativo. La pittura, larga e pastosa, formata da morbide linee danzanti o da bulbi magmatici dai quali emergono paesaggi ibernati o nudi femminili carichi di fascino. Infine il colore, cangiante ed evocativo, dosato con grandissima maestria e disteso come in una partitura musicale a formare modulazioni cromatico-melodiche. Un’arte multisensoriale quindi, un grande inganno che si guarda anche con il tatto e con l’udito.

Ma ritorniamo al Pedota politico, questa volta dell’antologia poetica “Acronico” (2004) per il numero speciale di “Poiesis”:

“Vorrei che si attui un nuovo Rinascimento, che spiazzi la zavorra a cui oggi assistiamo e i conseguenti suoi cantori.…!”.

Un concetto ribadito anche nella sua corrispondenza privata di quegli anni:  

“E se questo rinascimento iniziasse, con forza, proprio dal meridione, da qui, con voci del…futuro?”. 

Sono anni in cui Pedota sente di essere arrivato al culmine del suo percorso artistico e, come a chiudere un cerchio iniziato cinquant’anni prima, vuole tornare a un’esperienza collettiva simile a quella dei suoi primi anni lucani. Un gruppo di intellettuali, un neo rinascimento dal Meridione, che sia politico, ma basato sul’arte e sulla poesia.
In lui c’è forte il ricordo di quell’esperienza e di quell’Italia povera e dilaniata dal recente passato. E davanti a sé intanto si materializza un nuovo mondo, in forte cambiamento e dilaniato dal futuro incombente.

Pedota guarda al mondo globalizzato, all’aggressivo modello occidentale e all’accanita resistenza delle culture “altre”. Riflette sull’aumento del benessere collettivo e sul contrasto con le tante realtà ancora profondamente degradate. Infine guarda affascinato alla rivoluzione tecnologica, al nuovo mondo che prende sostanza dopo aver vissuto per mezzo secolo nei suoi algoritmi pittorici. Ed è dalla matrice stessa di queste tensioni che nascono gli stimoli più interessanti per la sua arte. Un continuo problema, o se vogliamo un algoritmo, che dialoga con il presente, ma che è sempre proiettato verso il futuro.

 2005

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