SAGGI CRITICI
- Domenico Alvino
- Luigi Amendola
- Beniamino Daniele
- Donata De Bartolomeo
- Donato Di Stasi
- Giuseppe Elio Ligotti
- Giorgio Linguaglossa
- Dante Maffia
- Luigi Reina
- Vito Riviello
- Cristina Trivellin
Il simbolismo siderale di Giuseppe Pedota
di Dante Maffia
Chi dovesse incontrare Giuseppe Pedota, anche per caso, si renderà immediatamente conto d'essere al cospetto di una personalità multiforme, al cospetto di un uomo che ha macinato esperienze senza interruzione vivendole sempre con l'adesione totale di chi crede in quel che fa. Può sembrare un dato di poco conto questo suo immergersi senza soste nel fluido vivificante degli avvenimenti e invece è dato rilevante per comprendere nella sua portata e nella sua pienezza il percorso di un artista che fin da quand'era ragazzo (e ce lo ricorda Vito Riviello) ha visto oltre i confini del presente e ha tentato di penetrare il mistero corteggiandolo e aggredendolo, separandolo dal quotidiano, a volte, e altre volte mischiandolo alla vita con una frenesia e una esuberanza straordinarie.
Pedota non ama le mezze misure, non è disposto al compromesso; vive nell'arte, per l'arte, con l'arte (musica, pittura,, poesia, scultura) e s'immerge nell'incanto con naturalezza: il suo occhio, il suo cuore, la sua sensibilità hanno delle chiavi che aprono inavvertitamente, quasi, anche se non lo volesse, perché il suo essere non è impastato di sola carne e sangue: qualcosa di celestiale è sfuggita alle sfere del cielo, lui se n'è appropriato e ora lo offre come un dono a chiunque gli transiti accanto.
Questo qualcosa di celestiale è stato tuttavia senza dubbio la nota vincente di Pedota, ma è stato anche un'apertura di ali simile a quella dell'albatro di Baudelaire. Così il suo cammino è stato inceppato (adopero il verbo della traduzione di Vincenzo Errante) proprio dalla sua migliore qualità, dalle sue doti magiche, preveggenti, dal suo saper penetrare nei meandri e nei recessi, nelle pieghe di quell'infinito in divenire che ai più sembra il tran tran della vita ed è invece il nettare (a volte amaro e oscuro) della vita che si tramuta in arte e quindi perennità.
Il percorso artistico di Giuseppe Pedota è testimoniato da un'attività variegata ma coerente proprio perché egli è nato così com'è, già compiuto e realizzato in una pienezza espressiva che, pur tenendo conto di ciò che avveniva nei musei, nelle gallerie e nei dibattiti sulle arti figurative e in letteratura, seguiva una linea interiore vasta e robusta sulla quale si sono mosse le coordinate del suo lavoro. Riviello ha ricordato, in un suo scritto su Pedota,oltre all'entusiasmo dell'artista per Rimbaud, Cocteau, Einstein e la musica in genere, anche Paul Klee: “Rendere visibile l'invisibile”. Questo ha fatto Pedota: mettere alla portata di tutti l'invisibile, il salvadanaio scintillante dei sogni (le verità assolute), aprire finestre sulla valle del fantastico non come evasione da se stesso o dall'uomo, ma come adesione a una realtà che sta nelle cose e vive l'insaziabile manicheismo della luce.
Pedota non bara: nella vita si presenta con l'irruenza della sua angelicità inesausta, caotica, dispotica e quasi maniacale; nell'arte, per usare una espressione di Pablo Neruda, prende arcobaleni e li ubriaca di lampi. Come potrebbe altrimenti giungere alle fonti dell'impossibile e rubare a piene mani manciate di segreti?
L'aveva compresa molto bene Jorge Luis Borges questa liturgia di Pedota, al punto che nel 1964 il grande argentino gli dedicò una poesia.
Aveva intuito Borges che l'artista lucano aveva doti paranormali? Aveva captato la massa enorme di allucinanti fulgori che si muoveva dentro l'animo del pittore? Io credo di si. I poeti riescono quasi sempre a trovare la densità e la tensione che scalpitano nei cuori vergini. E il cuore di Pedota, nonostante talune avversità e talune incrostazioni che fatalmente si attaccano e pretendono udienza, è rimasto sempre un lenzuolo bianco su cui, in sequenze cinematografiche, si avvicendano evoluzioni e rivoluzioni, rifiuti e aggressioni, dissipazioni e esaltazioni. È la forza di chi non è voluto scendere a patti con la canea delle mode, di chi non ha voluto prendere il treno che l'avrebbe portato al successo.
Oggi che negli ultimi trent'anni sono accaduti cataclismi nelle arti figurative, oggi che ogni cosa è possibile senza nessun rischio, oggi che hanno udienza e importanza “artisti” che non sanno disegnare, che non conoscono la storia dell'arte, che non hanno mai visto un museo, che non sanno dipingere, scolpire, addirittura sentire, che cosa può dirci la pittura di Pedota che è rimasta fedele a se stessa materiata soprattutto dalla competenza? De Chirico affermerebbe che può dirci molto, prima perché Pedota è uno che conosce quel che si chiama mestiere del pittore e poi perché egli ha dipinto con tutti i sensi e con quel senso in più che è la virtù della poesia.
Renato Barilli, uno dei critici più intelligenti e attenti degli ultimi anni, nei due preziosi volumi sulla ricerca artistica degli anni cinquanta, sessanta e settanta, Informale oggetto comportamento (1979) discute, tra molte cose, della “morte dell'arte” e ci illustra quel che è avvenuto a un dato momento: si è cercato il senso delle cose “fuori dal quadro”, “di là dal quadro”. Pedota ha tenuto duro, ha voluto andare fuori dal quadro e al di la del quadro senza abbandonare tuttavia il quadro, eliminando magari la tela, ma conservando – su plexiglas, perpex o altri materiali - un diretto rapporto con la pittura intesa tradizionalmente. Egli è convinto che conta riuscire a svelare l'insondabile e c'entra poco la maniera in cui si può fare o il materiale usato. Eppure non è che a Pedota siano mancate le occasioni per lasciarsi andare al flusso, al gruppo, alla convenienza. Ha avuto stretti rapporti con Carlo Levi negli anni quaranta e poi a Milano con Elio Vittorini, Buzzati, Crippa, Fontana, a Bologna con Roberto Roversi, a Cremona, Crema, Busseto, Firenze, Ginevra, New York, Parigi con tutti i critici e gli artisti importanti. Le sue mostre sono state visitate e recensite con calore, ma non ha voluto cedere, piegarsi alle regole del mercato. Una voce interiore gli ha impedito di vendersi, gli ha suggerito la via da seguire, fino ad arrivare a una sorta di pausa (non nel lavoro) durante la quale si è sempre più dedicato (sono circa vent'anni ormai) “all'approfondimento di studi e conoscenze esoterici”.
In effetti la sua pittura è stata sempre intrisa di una pastosa musicalità tattile, di quel passo felpato che conduce negli spazi e che all'improvviso fa corto circuito mandando messaggi forti e contundenti. Alcune sue opere (difficile per la produzione di Giuseppe Pedota stabilire una successione temporale e direi anche inutile, visto che il suo discorso è rotatorio, ondulatorio e sussultorio) danno subito la vertigine nel vederle, perché non lasciano lo spettatore al suo posto, ma lo cooptano immediatamente, lo portano dentro il quadro e annullano la distanza che inizialmente v'era tra opera e visitatore. È una energia vitale che fascia e scuote, che suggerisce il Caos primordiale per una purificazione dello spirito e del corpo. Perché questo è il bello: per Pedota corpo e anima sono uniti dal foglio invisibile dello Spazio e dalla circolarità d'una musica che distilla serenità e ansie e ne ricava interferenze per una nuova realtà dell'essere. C'è, in ogni opera, il sogno perduto di un angelo che vaga alla ricerca di una sintesi dell'Universo, ma lontano dal disegno di Dio.
Eppure nulla di blasfemo c'è in Pedota, anzi sembra che le sue opere abbiano un accento di preghiera, il taglio violento e dolce di un sospiro, la concretezza di una dimenticanza, il fiato aurorale di una Creazione in cui l'Uomo è, nel medesimo tempo, essere animale, cielo, terra, albero, uccello, musica.
Da non trascurare il fatto che l'opera di Pedota si può leggere sia nella sua interezza e sia per singole opere senza nulla togliere all'idea che egli ha del mondo e dell'arte. Un mondo che esiste imperituro in un angolo da lui stabilito in cui la luce si raccoglie dopo le scorribande nel cosmo portando all'ammasso nuove conoscenze, arricchendolo di quella visione ulteriore che appartiene per diritto a chi sa cogliere per intuito lo scorrere del tempo nel suo farsi immagine.
Comprendo che un simile linguaggio,tutto metafisico, si stenti a penetrarlo al primo inpatto e che sarebbe forse il caso di offrire una lettura di Pedota un tantino più semplice; il fatto è che mentre si discute delle sue opere avviene anche in me una sorta di trasformazione ed entro, con una certa inconsapevolezza, in quel mare immenso in cui la realtà mutandosi acquisisce la sua connotazione polivalente e diviene intenzione dell'artista, realizzazione per spiegare le ragioni del mondo.
Non so chi abbia affermato (credo uno dei maggiori critici contemporanei francesi) che i grandi dell'arte sono tutti, a ben guardare le storie che codificano i percorsi, uomini che hanno creduto a quell'intimo fluire visionario (vedi Blake) che riesce a cogliere il mistero ovunque si annidi. I minimalisti, i raccoglitori di stracci, coloro che esaltano i salvadanai delle scorie, possono trovare appena un momento di notorietà, ma sono destinati a perire col trascorrere degli eventi; gli altri, quelli che hanno creduto e credono nelle ragioni inafferrabili, quelli che si assoggettano alle regole dell'imprendibile e dell'imponderabile alla fine trionfano, perché essi sono stati capaci di rubare al Mistero un acconto di verità, un bagliore che ha illuminato la vita degli uomini e ne ha dato una diversa inclinazione. Ne Il bosco sacro T. S. Eliot, ce lo ricorda Aldo Tagliaferro in una esemplare Prefazione a Blake, “mise in evidenza la singolarità del pensiero del poeta-visionario sostenendo che questi si accostò ad ogni cosa con spirito non obnubilato da opinioni correnti” e dovette “crearsi una filosofia oltre che una poesia”. È quel che ha fatto anche Giuseppe Pedota, quel che ha dovuto fare (del resto Tagliaferro sottolinea che Blake fu costretto a farlo) per evitare che fosse interpretato come un inadeguato e attardato modello dell'ultimo simbolismo.
Negli anni sessanta e settanta abbiamo assistito a un totale capovolgimento dei valori artistici; le nuove avanguardie (vere o finte che fossero) hanno rotto definitivamente con gli strascichi della pittura vera e propria per arroccarsi su dimensioni disorientanti per chi era dentro la tradizione di un mondo che vedeva il pittore come un creatore e non come un distratto cercatore tra i rifiuti e gli immondezzai. Nelle gallerie si è offerto tutto, rasentando la ridicolaggine e c'è chi si è trovato impreparato a subire o prendere iniziative fuori della tela, fuori della pittura. Ma era una necessità dei linguaggi che sentivano il puzzo di stantio delle accademie, non una necessità di chi da sé aveva fatto di tutto per svecchiare la sua sintassi pittorica, per snellire il suo accento e portarlo a esiti di convincente purificazione espressiva, come aveva fatto Pedota, che si era avventurato fuori dagli schemi usuali prima ancora che la massa ne avvertisse la complessità e la novità.
Ciò era avvenuto per effetto di intasamento, direbbe Mallarmè, del ricordo, della memoria. Ungaretti lo chiamava “oblio illuminante” e per spiegarlo parlava del poeta che “arretra “nel tempo sino dove lo spirito umano risiedeva nella sua unità e nella sua verità, non ancora caduto in frantumi, preda del Male, esule per vanità, sbriciolato nelle catene e nel tormento delle infinite fattezze materiali del tempo”. Ma è avvenuto anche per ansia di sacro, per quella tortura insaziabile che Pedota si porta dentro e gli apre spiragli inconsueti per decifrare, ancor prima degli altri, la deflagrazione della verità perfino nel quotidiano. Il dizionario Webster sicuramente definirebbe Pedota come ispirato da “influenza divina soprannaturale” perché in effetti egli esce dai canoni e si tramanda in citazioni d'allucinazioni colte sul filo di rivelazioni affidate a messaggeri che non svelano la loro identità e che si coagulano nel pennello di Pedota trasportati da un vento segreto e un po' folle. È come se la bellezza pittorica fosse percepita come “un potere di attrazione” che porta all'aspetto del vero e “muove la volontà ad affrontare il tema da esprimere”. Ananda Kentish Coomsraswamy, in un libro memorabile che s'intitola Come interpretare un'opera d'arte (1989), rifacendosi al Medioevo scrive che “il bello aggiunge al bene una finalità, una intenzione, alla facoltà conoscitiva con la quale il bene è conosciuto come tale; il bello è in connessione con la cognizione”. Ma bisogna vedere poi questa cognizione che strade prende e quali spiragli apre di conoscenza. Certo è che Pedota nelle sue opere partecipa con una totalità che non gli permette distrazioni. Questo perché il suo costruire avviene per processo magico e durante un momentaneo distacco dalle ragioni strettamente terrene e probabilmente in un sogno, come dice Alberto Savinio, che “somiglia alla vita primitiva”. Ma in questa vita primitiva c'è il ritmo della poesia e della musica (Pedota è un artista rinascimentale come Savinio e come questi si occupa di musica, di poesia, di scienze) che esercita un grande fascino sull'uomo. Scrive Savinio che l'uomo ricerca “avidamente il movimento perché è… avido di vivere”. Pedota è avido di vivere, vive come un neofita ogni esperienza, si esalta e decifra i presentimenti per farne poi tesoro al momento delle sue realizzazioni. Potremmo dire dunque che anche quando sale nelle vertigini dello spazio egli non abbandona la sua ricchezza umana per farsi sidereo, ma anzi porta in quelle immense plaghe a noi sconosciute un sorriso della nostra realtà di terrestri.
Prima di giungere a tanto, soprattutto nella scelta dei soggetti, Pedota si è largamente impegnato nel dipingere i grumi di luce che lo hanno sempre attanagliato in tramonti e in aurore d'animo. Grovigli inestricabili, andirivieni di suoni, di voci, di colori, deflagrazioni di stelle che sono diventate campiture rarefatte, occhi scrutatori e indagatori, vertiginosi saliscendi nei meandri di una demenza della materia che riflette tensioni forti e decifrabili al di là dei consueti schemi. Si badi però che nelle architetture fantastiche di Pedota non v'è posto per le digressioni e per il superfluo: più la sua pittura si estremizza in fughe inaccessibili senza la dovuta preparazione a intraprendere e più la sua offerta dipana concretezze logiche e accattivanti; la dispersione è un'apparenza che subito, a leggervi bene, diventa imbuto per canalizzare un'emozione o caleidoscopio per reinterpretare l'insonnia delle cose e il loro perenne fulgido messaggio.
E che ciò sia una verità conclamata ne fa fede una lettera che Carlo Giulio Argan, nel 1975, scrisse al nostro artista per un'esposizione da attuarsi a Londra: … E però parlandomi dei tuoi mondi, trasformandoli da entità astratte a tattili, estremamente visibili, hai avuto la spudorata sicumera di porre in dubbio assiomi consacrati dalla mia anima laica. Devo ammetterlo. Questa, chiamiamola, folgorazione, nell'incontro con le tue opere, è inattuale. Come se tu appartenessi ad un altro pianeta”.
Argan parla di “folgorazione” e di “inattualità”, termini che definiscono in maniera eccezionale l'opera di questo irruento lucano e ne danno la dimensione autentica all'interno di un panorama di artisti (siamo nel 1975) evidentemente troppo ancorato nei limiti di una funzione che per dovere fa finta d'opporsi e di rinnovarsi. Pedota sfuggiva, sfugge ogni vero angelo-demone che è capace di penetrare là dove trovano coagulo i mormorii degli arcobaleni e le paure dei tuoni.
E questo potrebbe voler dire che siamo al cospetto di un indisciplinato avventuriere, uno che fa scorribande e incursioni e si diverte a scombinare e a scompaginare gli assetti per il gusto di farlo e basta. È un errore grossolano, perché basta soffermarsi un solo attimo per avvertire tutta la forza di convinzione che emana dalle opere di Pedota: in esse vi sono cura e abilità tecnica, maestria e competenza di artigiano che ha saputo e voluto imparare fino in fondo come si costruisce un'opera d'arte. Soltanto che poi Pedota vi aggiunge l'indomita cavalcata del suo estro che sa andare oltre i confini del consueto e sa, con lucida freddezza e con altrettanto calda irriverenza, realizzare il connubio tra sogno e realtà. Il luogo di cui ho parlato, quel luogo che egli custodisce nella sua incandescenza e anche nella sua innocenza è la perennità della vita prima e dopo la morte; è il non-esserci nell'essere e l'essere nel non-esserci.
Potremmo dire che Giuseppe Pedota è uno dei figli degni di Rimbaud, uno di quelli che nelle Illuminazioni hanno saputo trovare materia fertile per poter meglio organizzarsi nella traversata del pianeta terra. Traversata in cui le concupiscenze del colore trovano suoni e vibrazioni e in cui l'indeterminatezza degli spazi è in grado di trovare un rapporto dialettico e positivo con l'umano.
Alchimie di un poeta, trionfo di quel sogno di Chimera che segue, direbbe Mario Praz, “La corrente incessante del fiume” che “è la cornice della realtà: la magica città giace al di là, bagnata dalla luce mattutina”.
