SAGGI CRITICI
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Poesia come scienza ed esperienza totale
di Luigi Reina
Per secoli abbiamo inseguito l’humanus, convinti che in esso si sintetizzasse emblematicamente la tensiva RISORSA per la divinizzazione dell’essere. E l’abbiamo corteggiato con amorevolezza o provocato con arroganza, blandito nei simboli che lo rappresentano o avvilito nelle bassezze che lo contaminano, esaltato per le conquiste eroiche o deprecato per le non episodiche cadute, glorificato per i raggiungimenti sublimi o contestato per i cedimenti repentini. Ma sempre gli abbiamo assegnato responsabilità e ruoli non scindibili dalla materialità del mondo in cui esso - copia o immagine mutuata di un Demiurgo cui si può tendere a somigliare per emulazione, mai a soatituirsi - sembrava destinato a realizzarsi in un tempo/spazio definito/definibile che non gli appartiene ma che si sforza di controllare o di possedere.
Ne è derivata una relativa costante di pensiero che ha anche pervaso la ricerca poetica occidentale alle prese con la somma di interrogativi nei quali sembra imprigionato l’uomo, incapace di tacitare il sempre crescente rovello della ragione e l’ansia insoddisfatta della psiche. Grazie ad essi è stato possibile stabilire nessi dialettici o “corrispondenze”, quasi un giuoco alternato di causali registrazioni d’eventi e di premonizioni ottative, la cui parola ha volta a volta prestato i propri uffici celebrativi o il semplice strumento di codifica, anche se sempre con il connesso potenziale di ambiguità.
Si è rimasti comunque legati alla terra, e non s’è potuto (o saputo) obliterare lo storico condizionamento genetico della specie (“sei polvere…”!); come non s’è potuto (o saputo) rivendicare l’autonomia del Demiurgo per quel troppo oneroso debito del “soffio” vitale. E così, nei casi migliori, si è optato per la soluzione analogica e amorosa della concessa “somiglianza”: figli ma non emuli, non “divini”. Con l’angoscia per la costrizione del limite, quel muro d’ombra che impedisce di spaziare sull’infinito e condanna a soffrire i vincoli dello spazio rammentando la totale dipendenza dal tempo, senza possibilità di riscatti, e quindi senza “Resurrezioni”.
Pedota sembra assumere come referenti quasi strutturali della sua ricerca artistica tali parametri. Ma per farne oggetto di una verifica capace di guidare a quella sorta di “entelechia di sogni” alla quale è confidata la certezza del raggiungimento del viatico affiorante dalle postulate “risposte di sapienza” su cui si chiude questa raccolta poetica. Tra quelle, forse, la più agognata e nello stesso tempo controversa è per il poeta, quella consegnata alla definizione della smania d’onnipotenza. Essa le appartiene, ma non è suo particolare appannaggio, perché da sempre diffusa sul pianeta che, per questo, si ritrova immerso “nel gioco d’eterna babele”, scandito da un sabba sempre pronto a rinnovare l’artificio di un rituale da tregenda, qua e là ulteriormente sconfortato da “soli spenti”, “ali buie degli angeli del Requiem”, “nere aritmie”, mammone, vuoti siderali, solitudini infinite, “convesse dannazioni” o “metessi cosmiche” destinate a determinare invadenze di “osmotiche” immanenze da cui pure è obbligo ricavare stimoli probanti.
Il poeta si sorprende a inseguire vaghezze di simboli che sollecitano nuovi sensi. Si ritrova come in sospensione tra terra ed etere, chiede parole da sottrarre al significante per scodellarle con pregnanza di nuove significazioni, le espone con naturalezza al sacrificio rituale cui sono condannate. Solo i contesti nodali dai quali hanno preso consistenza le cose di cui esse sono segni sanno di quanta ambiguità siano cariche. E tuttavia esse si offrono con verginità nuova al poeta che, consapevole dio dimezzato, le incunea entro inesplorati recessi di pensiero e su sideree latitudini.
Se dovessi sintetizzare in un’espressione queste tensioni di Pedota dovrei recuperare istanze definitorie d’ascendenza metafisica. Perché, contrariamente a quanto tutto il dispositivo metapoietico potrebbe indurre a ritenere, la tensione prima di questa poesia non è di natura fisica. Einstein, evocato ab incipit quale insaziabile investigatore di pianeti, non può essere guida eccellente, la sua mente “sublime” è rimasta “giovane e fragile”, intimidita dal divino: ancora “humana”, dunque. E invece c’è bisogno di esperienze sublimanti, c’è bisogno di ritrovarsi al centro del grande “bang”, nel vuoto buio dell’ingannevole stella morente “milioni d’anni dietro il nostro sole”, tra miliardi di altre stelle “collassate” che hanno la consistenza un po’ spettrale di un rondò di Bach diffuso sull’abissale nero spazio primordiale. Per riconquistare la pienezza di sé ed insediarsi in trono, da Demiurghi!
Pedota costruisce una sorta di poemetto scientifico/memoriale, a suo modo anche profetico. E lo fa esponendosi alla scorta, di religioni, miti e riti plurisecolari che coniuga con i ritrovati della scienza storica, fisica e naturale. Paradisi terrestri e mistici recessi fingono celestiali destini con vergini tentate da angeli-caproni o tormentate da isterie per gli esorcismi di eletti preti che vorrebbero destinarle ai freddi mausolei vaticinate dai “poeti nani” cui compete sottrarle ai richiami di sodome e gomorre.
Poesia come scienza, dunque; ma amche poesia come esperienza totale, poesia come “segno”, geroglifico lanciato nel cyberspazio, seme del tutto e sperma del nulla.
Nella raccolta scorrono parole che hanno pregnanza di teorema, postulati che sembrano tracce per percorsi a divenire, ipotesi ellittiche presentate quali dimostrazioni, corollari che sono inizi. Euclide d’Alessandria e Parmenide di Elea; Galilei ed Einstein; Cartesio e Voltaire; Heidegger e Witt. Ma anche la cetra di David e gli Stradivari; Pontorno e Klee; “maestri dell’alfa” e “metafisici istrioni”; i cessi di Manhattan e le ali di Castelsantangelo. Con Shaharazad e gli unicorni; Lao Tsu e Sukia; Salomé e i camini di Dachau. E Giovanni Battista, il grande Lama, il re Maja U-Ba-K’auil e naturalmente il Caino cristiano: Diego de Landa. Infine Rimbaud e Socrate, un poeta e un sapiente, per antivedere galassie lontane ed embrioni di stelle. In eterno presente d’artista.
Dies Irae!
Cantico dei Cantici. Creazione, finalmente!
Cose tutte che offrono l’occasione per non gratuite esercitazioni di definizione di una condizione cui si legano soddisfazioni e rovelli, conquiste e delusioni che consentono poi di declinare poeticamente gli esiti.
Pedota utilizza le parole come materiali elementari da trasferire su tela da una tavolozza materica. E con esse incide bocche tese in un sibilo irrefrenabile che ha contorni di sapienza. Come i suoi cybergrafici. Dall’uomo, per l’uomo, oltre l’uomo. Per sidera!
