Giuseppe Pedota, artista A-cronico

di Cristina Trivellin
immagine testimonianza

 

…sto giocando ogni residuo
           di certezze
           per cominciare a capire….


Il tempo: quanto si è dibattuto, su tutti i piani, dallo scientifico al filosofico. Al tempo sono legate le emozioni più profonde: nostalgia, ansia, speranza, tristezza. Il tempo è la scansione dell’esistenza, la durata della gioia, del dolore, dell’evoluzione umana. Il tempo è l’attestato del nostro esserci. E pure un grande limite, un obbligo alla consequenzialità, uno schema inibitorio delle facoltà immense del nostro possibile, unità fisica che può confliggere con quella psichica. Ma quando si contrae, si supera, l’emozione oltrepassa il singolo sentire ed entra in quella falda ove tutto scorre e tutto permane. Vige l’immanenza dell’essere in quanto sinergia di corpo-anima-pensiero; la clessidra si inverte e si pone in orizzontale, ferma lo scorrere della sabbia e diventa l’otto rovesciato simbolo di infinito. È proprio in quella falda che si trova l’opera completa di Giuseppe Pedota, un artista A-cronico in quanto non inscrivibile in stili, mode, modi, movimenti. Pedota è Pedota: poeta, scrittore,  pittore, architetto, libero pensatore. 

Mitologie, rituali, religioni, musica, scienza e letteratura; nell’opera di Pedota transita, senza arroccarsi, un flusso di conoscenza induttiva e deduttiva, per convergere nel tunnel che si affaccia sulla sola essenza dell’essere. Il cammino del supremo sapere sfocia nella figura dell’uomo-profeta, che dopo aver tutto conosciuto, nulla sa. Non è facile, la consapevolezza, non è facile assumere un ruolo che implica rinunce e talvolta incomprensioni. Come nel  racconto di Hermann Hesse, L'infanzia del mago, in cui lo scrittore narra del suo desiderio di bambino di possedere poteri magici, per poter scomparire, ma poi sostituisce "la grossolana invisibilità della cappa magica con l'invisibilità del sapiente che, mentre conosce, mai è riconosciuto".

E’ un’esperienza straordinaria entrare nel suo cammino senza tempo, farsi trasportare in una dimensione dominata dal senso di superamento, o meglio di oltrepassamento, di travaglio iniziatico dell’artista nel partorire se stesso. Un dolore lancinante che parte dall’uscita dal calore uterino del grembo materno verso l’incessante ricerca di ritrovarlo, non nell’ edipico percorso a ritroso ma nel potere gestatorio dell’energia universale.

Le volute di Pedota attraversano varie dimensioni conoscibili, esperibili con i sensi, e altre soltanto intuibili per conoscenza pregressa, nella memoria di tutti i maestri, nella tensione verso il divino perduto: la perdita del paradiso terrestre come perdita del proprio essere divino. Il ricordo di questo porta l’umano all’incessante ricerca che riconduce all’età dell’oro, quello stato di grazia nell’unione con il tutto, che passa dall’amore carnale - illusoria iniziazione -  per comprendere ed entrare attraverso il corpo nell’esperienza diretta dell’ onnicomprensività.

E allora è come se i dipinti di  Giuseppe Pedota non potessero essere frutto di una ricerca di bellezza fine a se stessa, slegati da tutto il resto. Sono “mappe”, geografie, grafìe dell’itinerario di conoscenza. Sono dipinti senza tempo e senza spazio, concettualmente  multidimensionali, che cercano e trovano l’uscita dal limite bidimensionale della tela. Vortici, sovrapposizioni di luci e ombre,  compresenze di colori forti e tenui, che paiono emergere dal buio.  Colore brillante, cercato, plasmato come materia vivente e vissuta; soggetto e oggetto, linguaggio e codice. Le linee fluttuano in questo micro-macrocosmo che sta tra la cellula e la galassia.

Una produzione estremamente prolifica che parte dagli anni ’60 fino ad oggi ma che mantiene una cifra espressiva costante e tuttavia sempre rinnovata nei suoi percorsi di parabole sinuose, dalla bellissima serie delle Equazioni alle Costellazioni, senza dimenticare le grafiche, le sculture in perspex, i progetti architettonici, gli studii sui Ching.

Il tutto accompagnato dalla musa della poesia, della scrittura, della parola nella quale Pedota ha imparato a instillare ricchezze, perché non sia mai vuota, mero esercizio di stile.

E ora, non ci resta che entrare.

maggio 2007

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