Introduzione ad "Acronico"

di Luigi Reina
immagine testimonianza

 

Si potrà mai spiegare la ragione del fascino indefinibile che continua ad esercitare sull'uomo l'arte in genere o la poesia in particolare? In tanti ci hanno provato. Ma chi è veramente riuscito nell'intento? Il percorso è troppo impervio per poter essere praticato con sicurezza di approdi, tali che non affiorino poi dubbi circa l'oggettività dei raggiungimenti. Rimane troppo spesso la certezza di un vuoto da colmare se proprio si vuole rifiutare la registrazione di una necessaria resa senza condizioni. Perché è l'oggetto d'investigazione a risultare, alla fine, sfuggevole e proteiforme, in ipotesi persino soggettivamente definibile, magari per metafore o per approssimazioni successive, e tuttavia mai riportabile, del tutto come in parte, a corollario oggettivo perché sempre tende a circonfondersi d'ineffabilità, rifiutando ogni codificazione d'ordine razionale, a meno di farne occasionale strumento di allotria. È quanto concorre, in fondo, ad alimentare passioni e resistenze, slanci adesivi e occasionali denigrazioni, esaltazioni e dubbiose interrogazioni, magari in nome di utilitaristiche esigenze di coniugazioni funzionali a malcelate progettualità di tutt'altro segno. Sicché quel fascino si subisce o si gode; oppure lo si nega pregiudizialmente rifiutando di riconoscere le essenze da cui scaturisce. Impossibile restare indifferenti, a meno che non si voglia mentire per partito preso o per intellettualistica supponenza. E condannarsi a una recitazione di maniera, da ascolto dubbio. 

Come che sia, tra contestazioni partitiche ed esaltazioni fideistiche, si finisce col contribuire comunque alla prosecuzione di una monumentale edificazione destinata a testimoniare la grandiosità attraverso cui l'uomo garantisce a se stesso l'assoluta preminenza nell'ordine costituito dell'universo. Senza che mai si possa circoscriverne limiti o approdi assoluti. E non c'è teorema che valga a dissipare il dubbio circa la rischiosa inconcludenza cui è destinata qualsiasi definizione provvisoria che non preferisca, per desiderio d'approssimazione, procedere per absurdum.

Pedota è persona che tali dubbi coltiva da sempre e si sforza d'approfondire cesellando sillabe, scavando nel linguaggio, fermando in fotogrammi attimi fuggenti ed accumuli memoriali per rifratte trasparenze, lavorando di bisturi sulla materia inerte alla ricerca di segrete vitalità da liberare affidandole a una propagazione a raggiera, partogenetica e a profluvio. In questo mettendo in gioco le proprie doti maieutiche ma anche esercitate capacità ermeneutiche e native virtù mitopoietiche, sollecitazioni euristiche e ambizioni creative, che accreditano una inusuale abilità nella coniugazione di impegno volitivo e intrinseche virtù ideative soggettivamente sconfinanti nelle sfere misteriose delle donazioni demiurgiche da sempre concesse solo a pochi privilegiati. 

Perché è un privilegio tanta fede nella poesia. È un privilegio tanta dedizione, come è un privilegio tanta tensione e tanta cura di una passione che s'alimenta di gratuità. Ed è un privilegio persino tanta ambizione, perché riesce a colorarsi di certezze euristiche senza sconfinare nell'utopia: religione individuale, soggettiva declinazione di un conforto a prova di smentita. Con buona pace di eventuali denigratori o oppositori preconcetti (rispetto all'oggetto che procura tanta tensione e non certo rispetto al soggetto sorpreso ad esercitarsi in un cimento senza fine).

Non chiedete a Pedota cos'è la poesia. Vi risponderebbe con un accumulo di frasi e un'articolazione concettuale dalla plurime tangenze, quasi volesse profondarsi in un impegno titanico di conciliazione tra estremi su percorsi di coniugazione di allotrie e di assimilazione di opposti. E potrebbe darvi l'impressione di rimestare dentro il magma composito di un rigenerato caos originario a ritrovare il filo smarrito dell'argomentazione per dare veste plausibile a qualcosa che da sempre ha eletto la sovrana nudità delle  tante evanescenze a rappresentazione delle proprie essenze. Perché la ragione s'aggroviglia in rovelli di forme che metaforizzano parvenze proprio mentre aspirano a cogliere evidenze da metamorfiche sostanze. Work in progress, queste poesie, come si conviene a chi si sorprende a sedere meditabondo al «crocevia del tempo», novello Ulisse che però quasi nega coscientemente a se stesso l'approdo all'Itaca agognata, relegata in una zona d'ombra perché sa che la sua conquista comporterebbe l'assunzione dei rischi connessi ai naturali raggiungimenti, col negativo esponenziale dell'appagamento compensato troppo malamente dal positivo dell'ordine ritrovato. 

Scorrono, perciò, nelle varie sezioni in cui l'opera si articola, innumeri immagini figurali che si distendono o s'aggrovigliano in una sorta di circolarità epifanica in cui è possibile cogliere in coniugazione agenze dell'oggi e simboliche emergenze coscienzali in salsa mitica o in versione fantastica. Eterni ritorni, se si vuole, dal rutilante groviglio del grande «bang» proiettato a ricoverarsi ancora nel non meno ingannevole mistero di un universo già collassato, con miliardi di stelle/uomo già morte, a inseguire brandelli di presunto presente nel vuoto abissale di buchineri che ancora figurano, ingannevolmente, presenze materiche «milioni di anni dietro il nostro sole» morente. Caos da Caos, buio da buio. E la poesia che si fa geroglifico e seme umano lanciato nel cyberspazio alla ricerca di un ovulo da fecondare, di una speranza da accendere, sogno profetico confortatore del lutto a compensazione del nulla incombente. E possono riappropriarsi della scena Minotauri e giganti guerrieri, teste d'Idra ed Arpie, Edipi e Medee, Circi e Andromede, Salomè e Shéhérazad, Oresti e Tesei, con dragoni e merli, principesse e gabbiani... Figure reincarnate nelle magmatiche incandescenze dell'oggi che resistono al processo di razionalizzazione cui l'investigatore vorrebbe ricondurle ma non si sottraggono al dovere di solidificarsi in scultoree simbologie per consentire al poeta di liberare sensi divini. E consentono cromatismi che si esaltano in fonìe, concetti che s'incarnano in simboli, immagini che si travestono in neologismi anche composti, capaci di forzare il sensibile tendendo ad esprimere quelle «rarefazioni d'assoluto» in cui mi pare si sintetizzi tutta la ricerca di poesia del Pedota teso a superare i rischi di aleatorietà delle forme, magari in un irreale naufragio d'amore su una «fuga» di Bach intonata dalla cetra di David o da un'orchestra di Stradivari, tra «stellari labirinti» e buchineri dipinti da novelli Pontormo o Klee, «danzando su una banda di dixilend» o vagabondando tra i cessi di Manhattan, corazzato magari soltanto di «pellimidollo eruttata dalla terra» o di unicorni in funzione di amuleti. Sicuro di ritardare il proprio olocausto sottraendosi allo «stupromanicomio» del mondo residuale con saccheggi di vocabolari per costruire «laser di pensieri» su frammenti eleatici rimestati con sapienza copernicana rinsanguata da relativismi ritornanti. Prima di consegnarsi all'incombente tentazione d'estatica inazione da grande Lama che assomma prodigiose ascensioni a turbinose esperienze mai del tutto consumate dai proteiformi Caini volta a volta reincarnati nelle designate vittime sacrificali, per un rito che minaccia di moltiplicarsi invasivamente come per un virus immanente.

Non che prevalga, complessivamente, questa sorta di rappresentazione da tregenda. Ma senza essa non avrebbe di che dannarsi l'investigazione del Pedota che ha bisogno di nutrimenti forti per alimentare l'«entelechia» di sogni cui s'affida la «smania d'onnipotenza» ch'egli intende consegnare alla poesia intesa non soltanto come cifra di distinzione rispetto alle altre arti (che egli professa contemporaneamente con individuale scelta di segno) ma anche come occasione e strumento di approfondimento conoscitivo (scortato, all'occorrenza, da campioni d'elezione: Euclide e Heidegger, Parmenide e Voltaire, Galilei e Witt, Cartesio e Nietzsche, Einstein e Freud...).

Siccome è molto più facile dire che cosa la poesia non è, Pedota non si preoccupa di interrogarsi per giungere alla definizione di essa. Gli basta tentarla per assaggi e scommesse successive. Per azzardi moltiplicati. Scommettendo su sé e sulla storia, sulle cose e sulla memoria, sul mondo e sulle idee, sulle ipotesi e sulle constatazioni. 

Samuel Johnson usava spiegare la poesia correlandola alla luce: tutti sappiamo che cosa è, diceva, tutti ce ne gioviamo, ma chi è in grado di definirla veramente in corollario? Pensiamo al giorno, al sole, agli agenti capaci di produrla; pensiamo a quello che ci procura, ai vantaggi che ci garantisce consentendoci di vincere il suo opposto, il buio, che invece ci tormenta. Ci gratifichiamo delle simbologie ad essa connesse fino a caricarla di sacralità usandola come energia o assimilandola alla divinità. E non per questo possiamo dire di essere riusciti a definirla. La possiamo solamente nominare, per convenzione linguistica. Però sappiamo che ci è indispensabile: rompe le tenebre e ci consente di scoprire le cose che ci circondano, di riconoscerle e significarle per volgerle a giusto uso. Con un impegno di gnoseologico e  definitorio che, nel mondo in cui ci troviamo a vivere, tende a caricarsi di pratica utilità. Cosa, questa, non certo consona alla poesia che continua a rimanere per sempre ancorata, invece. all'arcano della sua genesi divina: luce da luce, verbo (verbum) da Verbo, fiaccola che alimenta l'eterna domanda dell'uomo sorpreso, nello sforzo di sondare il mistero con lo strumento della parola, tra l'ansia del dire e il bisogno di chiedere, l'urgenza razionale della definizione e quella spirituale della suggestione interrogativa o del suggerimento intuitivo.

Pedota preferisce accordarla al segno algebrico siderale, alchemico o post-einsteiniano  (astrofisica forma alchemica dello spazio, segreta stella di luoghi galattici, equazione dell'infinito...) o ridurla ad acronico simulacro (fulgido astro a prova del tempo, che esalta la propria unicità partenogenetica in una simbiosi senza tempo col sole). Ma sempre connotandola di capacità evocativa e di quella valenza mitopoietica che le deriva dalle sue origini divine esaltate dalle scaturigini mediterranee che nutrono il viaggio testuale del poeta.

Per questo non occorre scomodare Mallarmé onde  significare il fascino particolare dell'evocazione che accompagna le ritrovate parole di poesia, come i segni complessivi dell'arte che accompagnano la tensione poematica da ultimo registrata nella tensione creativa di Pedota. Perché è nozione persino storicamente ri-acquisita, dopo gli strumentali tentativi di riconduzione alla categoria dell'utile del fare poetico, consumati in anni di forti tensioni ideologiche e di elucubrazioni sulla riproducibilità tecnica dell'opera. Tanto che non c'è chi non colga, in molta parte della ricerca poetica dell'oggi, una tensione verso il recupero di ascendenze che rendano riconoscibile il percorso e qualifichino i risultati sul proscenio di una millenaria rappresentazione. Perché la poesia è più elevata della storia, ed è spesso più idonea della stessa filosofia nell'indicare significazioni universali. E viene da chiedersi - e da chiedere al Pedota - se sia il caso di capovolgere la conclusione dello Chenier: «facciamo versi antichi su pensieri nuovi». Perché oggi il pensiero appare in crisi, la storia appare in crisi (si parla di una sua fine!), mentre la poesia, invece, sembra in ripresa, magari su percorsi di declinazioni alchemiche del linguaggio. Semmai si dovrà tendere a fare versi nuovi su pensieri antichi, sempre che possano essere veramente antichi pensieri capaci di suscitare «illuminazioni» moderne, ovverosia eterne. Come puntualmente avviene in una sezione di questo volume, Lucania Lucis, che conferma come la poesia torni a tentare il miracolo della sua rigenerazione, dopo ostracismi e manipolazioni d'ogni sorta, dopo smarrimenti e delusioni, proprio mentre tutto, intorno, si organizza in un vaniloquio mediatico urtante, quasi voglia ricreare antiche, proditorie congiure contro di lei.

Rendiconto e testimonianza autobiografica di chi non si nasconde aspirazioni da «gigante guerriero» in un mondo abitato da un'«incredibile armata di pigmei», Lucania Lucis è tutta una lunga, reiterata, seriale illumination per epifanie successive. L'autore vi si presenta come proteiforme sciamano geneticamente posseduto, per immanenza di sortilegio, da demoni e dii in congiunzione medianica: desiderio e afflato di vita, segno fragile eppure vitale nello spazio incorruttibile, incalco archetipico e maschera/cultura formata da  fecondissimo ventre/natura che dà materia ad ancestrali «prognatismi contadini» onde perpetuare «un continuum di sogni» su fondali di allucinata topografia, crogiuolo di incesti ripetuti. Madre e figlio, per epidemiche emersioni da ineludibili seduzioni.

Non c'è, in questo, il fascino neogreco della natura mitizzata dalla distanza epocale, quasi evocata a donare prismatica valenza simbolica a ogni singolo segno onde rendere auratica la conseguente rappresentazione presupponente comunque una implicita connotazione naturalistica, così come, nella tradizione regionale s'era esaltata nella pur romantica oracolarità del canto Al Mare Jonio di Nicola Sole. 

Pedota solca differenti lidi, già provato da una «rivoluzione di pensiero» e quasi vittima di una disperazione obliqua capace di occhieggiare di continuo alla speranza che schiude, certo a bluff!, sempre un'estrema scommessa  sul rischio mortuario veicolato dall'|«Ultimo Sigillo». E su un ricomposto Bateau ivre, guidato da un albatros reincarnatosi in uccello fenicio, s'espone a una navigazione visionaria tra contrade, fiumi, paesi, acrocori, crateri, dirupi, ruderi, abbazie, castelli, tumuli, lapislazzuli..., per ritrovare il «mito adolescente» che lo infiamma, quella sacrale montagna tibetana svettante su una Potenza/Madre fissata tra boschi di ghiaccio e fiammate di amori proibiti consumati in avide notti tribali.

Realtà e sogni, memorie di fantasie o esaltate registrazioni di eventi sul wittgennsteiniano quaderno blu di un tempo in cui «nulla era tutto e tutto nulla», tacitato da un verginale «silenzio primigenio» che, ogni volta ritornante, fa riesplodere la follia creatrice del poeta. Il quale quasi dimentica i sassi, dimentica le castellane, dimentica gli imperatori e le battaglie per tornare a inseguire per dirupi ed anfratti i suoi crateri di luna, la mai violata veste-luce di Osiride, nei siderei spazi sempre ansiosi di concorrere al perenne ingravidamento della Gran Madre e garantire la reiterazione del miracolo della vita vittoriosa sulla morte. Come appunto l'arte sa fare quando simula  il raggiungimento dello stato perfetto a mezzo delle sue illuminazioni d'infinito propagantisi al «ritmo sciamanico dell'estasi».

Ancora e sempre a raccontare un'avventura. L'estasi dopo l'abbandono, la rinascita dopo un rischio di morte. 

Come l'uccello fenicio, la poesia di Pedota sembra risorge ogni volta rigenerata dalle sue stesse ceneri ricostruendo un organismo che aspira al magico contatto con l'eterno per la sacralità incontestabile della sua natura originaria. E lo fa attraverso i canali suoi propri, disciplinando sapientemente ragione e sensi, contingenza e memoria, scienza e coscienza, esperienza e veggenza (Acronico). E anche con quella dose di sacro furore che accompagna il disordine dei sensi e le aritmie del cuore alle prese con l'ineffabile tortura del poeta profondato nella perenne ricerca di quella cybernetica «quintessenza» capace di distinguerlo come uomo e di eternarlo come testimone: «grande infermo, grande maledetto e sommo sapiente» (Rimbaud), novello Diogene condannato a un'erranza di ricerca perpetua in un mondo alla deriva, magmatico e privo di senso, conflittuale. Viaggiatore senza mete, viandante non sconfortato. Preso nel moderno labirinto della «rete».

«Il più sublime lavoro della poesia - ha scritto Vico - è alle cose insensate dare senso, ed è proprietà de' fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero , quelle, persone vive». Mi par di vederlo, uno di questi fanciulli, ricreato dalle parole di Giuseppe Pedota. Non cerca proseliti, non ha redatto proclami né manifesti, non rivendica esaltanti radici né condivisioni generazionali, ma si offre quasi candidamente al consumo di una fruizione «gratuita», per il miracolo che la parola compie sollecitando memoria e veggenza, tale da far germinare fascinazioni capaci di scatenare altre veggenze e altre evocazioni in quanti si dispongono all'ascolto ricreativo. Poesia da poesia, insomma. Segno da segno, luce da luce, come si conviene. Con puntuale registrazione di una provvisoria tappa dell'erranza che si caratterizza lungo un arco non certo generazionale e guida a riconoscere una condivisibile sequela di immagini e parole capace di autorizzare la rivendicazione di origini antiche su cui intessere ramificazioni future.

Come chi, insomma, sa di vivere un'esistenza che non s'esaurisce nel percorso transeunte, materico o spaziale, ma ha diritto a una rivendicazione d'eterno.

credits