L'irrealismo magico di Giuseppe Pedota

di Dante Maffia
immagine testimonianza

Giuseppe Pedota nasce a Genzano di Lucania nel 1933. Scolaro di ginnasio a Potenza, subisce un processo per manifestazioni paranormali. Già bambino dà concerti d’organo e pianoforte, esegue pittura da cavalletto e si dedica alla scultura. Stringe legami di amicizia con Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Vito Riviello, Dino Buzzati, Vittorini e, per quanto riguarda i pittori, con Crippa, Fontana e Kodra. Nel 1964 a parigi incontra Jorge Luis Borges che gli detta una poesia che rimarrà inedita per trent’anni quando verrà pubblicata su “Poiesis” nel 1995. Dagli anni parigini Pesota, seguendo il suo nomadismo intellettuale, si dedicherà all’architettura, al design, alla pubblicità, alla scenografia. Tra i lavori degli anni sessanta spiccano gli interni dei “die Foscari” di Busseto e gli interni del cinema “Vittoria” di Crema. Alcuni progetti, coma la villa Kesten di Ginevra, sono considerati esempi ante litteram di bioarchitettura. Mostre personali della sua pittura vengono allestite a Roma (con testi di F. Selva, Ernst Zeisler, Sebastiano Carta); Matera (con presentazione di Franco Palumbo); a Milano e a Palermo dove dirige per alcuni anni la Galleria “Trinacria”. Nel 1974 è ad Amsterdam per una mostra di progetti di architettura e design industriale. Partecipa in quegli anni a numerose mostre in varie città europee (Parigi, Ginevra, Londra, Monaco). Ma Giuseppe Pedota ha un dèmone che lo possiede, che durante la notte distrugge la tela che imperiosamente e scompostamente crea durante il giorno. Il suo carattere urticante e spigoloso lo porta a scontri con critici e pittori, tutti banditi nel ghetto di un’arte neorealista e vacuamente avanguardista. Pedota come pittore si muoverà sempre controcorrente, sia negli anni Sessanta che durante gli anni Novanta. Scrive intanto una quantità di poesie che perde costantemente a causa dei suoi immumerevoli traslochi. Alcune poche poesie salvate dal naufragio di un’esistenza disordinata vedranno la luce più tardi, nel 1996 per i tipi delle Edizioni Scettro del Re di Roma con il titolo un po’ titanico: Equazione dell’infinito. Nel 1995 entra nella redazione di “Poiesis” firmando nello stesso anno il Manifesto della Nuova Poesia Metafisica, insieme a Dante Maffia, Giorgio Linguaglossa, Giorgia Stecher, Lisa Stace e Maria Rosaria Madonna. L’ingresso nella letteratura di Pedota avviene così con trent’anni di ritardo ma la sua poesia conserva intatta la fragranza di un ispirazione molto singolare. Pedota è talmente unico da non poter patire nessuna analogia con i suoi contemporanei. Quel certo titanismo che lo assedia, quell’impulso mimetico verso l’iperbole e la sinestesia, quell’aderenza alla “metafora cinetica” produce quella cosa personalissima ed inimitabile che è in fin dei conti la poesia pedotiana ma non tanto per certo lessico creato per agglutinazione: “orosalmastro, ambraviola, ditapiume, falloseme, ventremuschio”, quanto per l’orchestrazione fonosimbolica orientata in senso decisamente espressionistico..

In rapporto alla metafora nucleare la poesia pedotiana si configura come una macrostruttura. In rapporto alla’intera sequenza dei testi che costituiscono l’architesto, la composizione pedotiana si configura come una microstruttura. Il nesso micro-macrostruttura costituisce un’unità inscindibile. La zona melodico-ritmica di ogni singola unità strofica, ripropone, su ampia scala, la funzione motoria della metafora nucleare intesa come miniaturizzazione dell’impianto complessivo. Il tessito connettivo che “intervalla” le immagini e le metafore di questa poesia rimane tattilmente aderente lla forma fluido-magnetica e agli impulsi cinetici che la tensione iperbolica produce continuamente. Come un razzo ad altissimo consumo di combustibile questa poesia viaggia nell’etere sidereo, appesa soltanto alle potenti arcate d’un ponte sonoro ed immaginifico di entusiastica leggerezza. Giuseppe Pedota costituisce, a mio avviso, un casus belli. 

Nel 1999 Pedota pubblica Einstein: I vincoli dello spazio (sempre per lo Scettro), è la conferma della musa inimitabile che lo soggioga. “Una sorta di poemetto scientifico/memoriale, a suo modo anche profetico”; “nella raccolta scorrono parole che hanno pregnanza di teorema, postulati che sembrano tracce per percorsi a divenire, ipotesi ellittiche presentate quali dimostrazioni, corollari che sono inizi. Euclide d’Alessandria e Parmenide di Elea; Galilei ed Einstein; Cartesio e Voltaire; Heidegger e Witt. Ma anche la cetra di David e gli Stradivari; Pontormo e Klee” scrive Luigi Reina nella prefazione; Ci sono le grandi menti: “maestri dell’alfa” e gli epogoni: “i metafisici istrioni”. Tutto il poemetto è permeato dallo sdegno per un’epoca metodicamente mediocre, per un’arte bigotta e modesta, timorosa delle peripezie dello spirito e di ogni autenticità; un dies irae imperioso ed imperiale. Non v’è nulla di mistico in Pedota, la sua poesia è carnale e sanguinante, ma una lebbra interiore assilla la sua epoca: i nani e gli epigoni proliferano e zampillano d’ogni dove, ed il canto solitario di questo pastore-astronauta errante per l’asia dell’ulivo e del pragmatismo possibilista, non ha soste né pause. L’arte contemporanea ha ormai cessato per sempre di essere veicolo di un messaggio elevato: gli intellettuali sono “eunuchi”, “Efebi” , “mostri”; i poeti “i miei chierici cauti girasoli/ annusano sempre da distanze immani/ il fiato del potere”. La furia devastante di questo errante selvatico cosmonauta dell’abisso non conosce requie: “il nostro tempo è l’apogeo del tutto/ e del nulla teso ai vaticini/ dei suoi profeti nani”.

Certo, Pedota non è un poeta che può essere digerito agevolmente, egli è ontologicamente indigestibile ed indigesto, non farà mai una poesia alla moda del minimalismo, neanche sotto tortura, per il semplice fatto che è lontano miliardi di anni luce da ogni sorta di conformismo intellettuale e nanismo etico; Pedota può essere tutto tranne che un cicerone o un cicisbeo dell’arco costituzionale del conformismo istituzionale: “com’è giovane  e fragile o Albert e sublime/ questa mente ch’è tutto e non sa ancora esserlo/ dio dimezzato// nei nuovi pianeti che ti abitano/ forse ora sai dei Suoi pensieri il nodo/ come chiedeve nondum saziata la tua sete” (Einstein – prima parte).

    Certo Pedota appare, come un poeta originale ma marginale nella misura in cui non rientra nella scuola del “riformismo moderato” (dizione di Giorgio Linguaglossa) e, nella misura in cui la sua prestazione estetica è il prodotto di un irrealismo magico ed onirico, assimilabile la Palazzeschi de I cavalli bianchi (1905) o de l’Incendiario, per la portata bizzarra di una lirica che non opera più con gli ammodernamenti rapsodici, dettati dalla gittata dei numerosi “progetti letterari” in grado di mantenere tanta poesia posticcia entro i canoni e le maniere del conformismo letterario. Pedota è un poeta costituzionalmente ed integralmente chagalliano.

Giorgio Linguaglossa ha scritto in proposito, con cognizione di causa: “l’irrealismo ippogrifico di Pedota annuncia con sconvolgente nitore la fine della giustificazione della Parola, il suo essere ormai divelta dalla giustificazione della Tradizione. Il poeta moderno vive così una sistematica scepsi che sbarra la strada alle istanze un tempo radicali e, ad un tempo, lo spinge a riformulare con perentoria icasticità le medesime domande ormai impronunciabili perché cadute sotto la scure dell’aforisma di Wittgenstein. Ecco la vera ragione di questa poesia, la sua ontologica moralità, il suo esser continuamente in bilico, la costante minaccia che incombe sul pòiein; e la metafisica cinetica costituisce il propellente energetico, la giusta soluzione estetica di un problema politico”.

(2000)

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