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Il modernismo nella poesia di Giuseppe Pedota
di Giorgio Linguaglossa
Giuseppe Pedota nasce a Genzano di Lucania nel 1933. È pittore, scultore e poeta. Nel 1996 pubblica Equazione dell’infinito e, nel 1999, Einstein: i vincoli dello spazio (scettro del Re). Si stabilisce a Cremona, poi negli anni Sessanta a Milano dove intrattiene amicizia con Dino Buzzati ed altri scrittori e, dagli anni Settanta, a Roma dove tuttora vive. Borges che lo conobbe a Parigi nel 1964 gli dedicò una poesia. Personalità spericolata, è poeta del tutto atipico nel panorama letterario italiano, atipico perché non proviene da nessuna scuola o magistero di opportunismi. Pedota non ha mai pagato dazio ad alcuna poetica egemone, non ha mai dato il proprio obolo a nessuna consorteria di mediocri. La sua anima grande ama le grandi dimensioni e così la sua generosità ama le grandi distese del pensiero, il rischio dell’azzardo della propria costitutiva individualità. Pedota sa da sempre chi sono “i chierici cauti girasoli” che “annusano sempre da distanze immani/ il fiato del potere”. Pedota preferisce intessere un dialogo a distanza con Einstein, infatti vincoli dello spazio che ospita venti bellissime tavole dell’autore, contiene un poemetto tra i più arditi ed originali della poesia italiana contemporanea:
com’è giovane e fragile o Albert e sublime
questa mente ch’è tutto e non sa ancora esserlo
dio dimezzato
nei nuovi pianeti che ti abitano
forse ora sai dei Suoi pensieri il nodo
come chiedeva nondum saziata la tua sete
La prefazione di Luigi Reina individua con precisione i punti salienti di questo colloquio con Einstein. Ma perché proprio Einstein? È ovvio, perché Einstein è lo scienziato del Novecento più lontano dagli odierni perniciosi minimalismi e nanismi dei letterati dei nostri tempi. Pedota ha sempre pensato che della poesia dei suoi contemporanei - fatte poche eccezioni - sia tutto una cospicua miniera di medietà e di piccolo cabotaggio; e se c’è qualcosa che non interessa Pedota, è appunto il piccolo cabotaggio, l’ammicco al linguaggio poetico convenzionale, frutto di opportunismi e di piccoli trucchi. Egli preferisce parlare in grande, adotta una “grande visione” per parlare ai pochi grandi spiriti del nostro tempo. Si ha la sensazione, a volte, che la sua poesia sia simile alle grandi campate del ponte di Brooklyn che aggettano verso le insondabili profondità equoree. E Pedota cita Einstein: “non v’è una logica per scoprire queste leggi elementari. C’è solo la via dell’intuizione”, e si comporta di conseguenza: tutto il poemetto si staglia lungo la colonna vertebrale di una intuizione-immaginazione possente ed ardita, con un crepitare di immagini e di metafore come non si leggevano da tempo nella poesia contemporanea italiana. Pedota fa propria la formula della teoria scolastica della conoscenza: nihil potest homo intelligere sine phantasmata. Come è noto, Aristotele nella “Poetica” non si occupò di questo aspetto della creazione artistica e della conoscenza in generale; nel De memoria et reminiscentia Aristotele parla di “una specie di fantasma” che appare nel sonno ed accosta questo fenomeno a quello che avverrebbe presso gli “estatici”, i quali parlano in uno stato di estasi. Aristotele afferma che non ogni suono fonato da un animale è voce, ma solo quello che sia dettato da qualche fantasma, perché la voce è suono significativo. Ora non c’è dubbio che la poesia di Giuseppe Pedota appartenga a questa costellazione concettuale. Pedota, come Eliot, parla del poeta come “medium”, catalizzatore di diverse entità e non soltanto della dimensione semantica; in più luoghi Pedota ha cercato di chiarire la sua teoria dell’arte affermando che il poeta “parla” quando diventa “medium” di un “phantasma”, cioè di un Altro. Questo ritengo sia il concetto per poter comprendere la poesia del poeta di Genzano. La poesia di Pedota è visionaria appunto nella misura in cui è dettata da un daimon, da un phantasma che lo soggioga e lo sospinge. Una tale impostazione di poetica (simile a Aristotele afferma che non ogni suono fonato da un animale è voce, ma solo quello che sia dettato da qualche fantasma quella di altri grandi poeti da Blake a Dino Campana), è quanto di più dispendioso si possa pensare per la poesia, innanzitutto perché con questi presupposti la poesia resta tutta poggiata sull’aleatoria capacità delle proprie ali, sulla gittata della propria intuizione e delle singole capacità metaforiche. La poesia di Pedota appare così sorreggersi miracolosamente su una o due potentissime campate (nuclei metaforici) che si innalzano ad inaudite altezze verticali. La verticalità è l’essenza di questa poesia. Le sue poesie si dispiegano come una maestosa dorsale appenninica, quasi senza virgole o punti a frenare l’eruzione della catena montuosa, tutta tenuta sempre ad un’altissima temperatura di combustione e di pressione tellurica. Leggiamo l’inizio de I campi dello splendore, il viaggio di ritorno dal siderale esilio:
I
De profundis o madre l’inesausta
chiara tristezza e queste lunghe lune
ti chiamano e le stanze luminose
ancóra mi posseggono all’incanto
delle verdi stagioni della luce
sono tornato dall’illimite
per la felicità di nascermi da un sogno
tuo acerbo di granoverdemaggio
Lucania lucis l’eden tra la torre
normanna di Tricarico e le selve
di lupi che odoravano di neve
e falchi neri le ali di rugiada
inseminati da sapienza i venti
grand’inventori di storie e di sciarade
sulle flotte ulissiache dei sogni
e l’avida di spazi
Genzano emersa da abissali
valloni ebbri d’aglianico e di risa
scenografia arrogante per attori
cattivi contro il cielo come solo
sanno esserlo per genìe segrete
le progenie di Orazio e di Pitagora
matematica e mistica lubrica e libertà
crudele sole nostre ospiti
II
e ancóra andiamo per queste strade di vento
con un frullo di stelle tra le ciglia
Lucania lucis come allora andiamo
quando ancora sottile nel tuo ventre
sentivo raggrumarsi i vaticìni
delle imminenti apocalissi e glorie
Insomma, Giuseppe Pedota è un eretico-veggente; chi ha visto le campiture materiche e timbriche della sua pittura non avrà difficoltà a seguire le vertiginose arcate dei suoi ponti metaforici, per questa impresa egli si è costruito un formidabile strumento tecnico: un verso libero straordinariamente duttile, e ciò è stato sufficiente ad assicurargli una originalità ed una individualità senza eguali tra i suoi contemporanei.
La sua poesia è il corrispondente speculare della sua pittura: la morfologia galattica, la forma fluido-magnetica e le personalissime articolazioni del magma compositivo, modulato su cortocircuiti intuitivi più che concettuali, lanciano la sua pittura, come la sua poesia, oltre il concetto mimetico-realistico di “rappresentazione”. Formule obsolete e stereotipiche non sono adeguate all’analisi critica di un’opera cinetica e siderea come quella di Pedota. Egli ha tratto d’intuito tutte le conseguenze filosofiche sottese alle proprie posizioni estetiche ed ha spostato il baricentro della propria ricerca dalle poetiche dell’attimo (delle illuminations) alla poetica dell’infinito, operando una vera e propria rivoluzione copernicana all’interno delle poetiche contemporanee.
L’irrealismo ippogrifico di Giuseppe Pedota annuncia con sconvolgente nitore la fine della giustificazione della parola, il suo essere ormai divelta dalla giustificazione della Tradizione. Il poeta moderno vive così una sistematica scepsi che sbarra la strada alle istanze radicali perché cadute sotto la scure dell’aforisma di Wittgenstein. Ecco la vera ragione di questa poesia, la sua ontologica moralità, il suo essere continuamente in bilico, la costante minaccia che incombe sul poiein: e la metafora cinetica costituisce il propellente energetico, la giusta soluzione estetica di un problema “politico”. La forma stessa di queste composizioni, tutte incentrate attorno ad un asse immaginario, conferisce loro quel movimento rotatorio che contraddistingue il moto eliotropio delle singole metafore cinetiche. Così la poesia di Pedota si ricongiunge al moto rotatorio degli astri e dei pianeti, delle galassie e degli universi, in una galattica, cinetica instabilità. Leggiamo un esempio di metafora cinetica: Stella segreta da Equazione dell’infinito pubblicata nel 1996, ma scritta più di vent’anni prima.
O mia stella segreta come l’ombra
dell’altra luna
se le finzioni del cuore preservassero
dalle comete amare
io tramerei in un bozzolo di luce
per incontaminati
e appannerei il mio specchio con un alito
di senno
ma il mio riflesso è un tempo
che si diverge in più futuri
innumerabili
le ragioni segrete che dipanarono i tortuosi
sentieri del Minotauro
assaltano il mio labirinto
dove l’alfa si tocca con l’omega
(1999)
