L'irrealismo ippogrifico di Giuseppe Pedota

di Giorgio Linguaglossa
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Goethe scrisse che  “la buona poesia, come l’arcobaleno, si staglia su uno sfondo oscuro”, volendo intendere ciò che poi tutte le poetiche successive tentarono di dimostrare: che la poesia futura avrà come instabile dimora  la fugacità dell’attimo, piuttosto che la compiutezza del ciclo epocale. È vero che in un certo senso tutta la poesia del futuro sarebbe stata preda dell’attimo (per Goethe  “inestimabile è ciò che non ritorna”,  e quindi poesia di  “occasioni”,  ovvero attimi trafugati ad una temporalità sempre più estranea all’uomo.

Tutta la filosofia moderna, dopo la  “Fenomenologia dello Spirito”,  assumerà sempre più icasticamente le sembianze di una fenomenologia di stati psichici (di attimi, di interruzioni infinitesimali della temporalità). Che poi il carattere formalistico di questa impostazione tradisca un intento apologetico, non era un dato così chiaro all’inizio della modernità; ma già la ricerca di una soluzione non conflittuale forniva la spia che non il concetto porta la pace ma che la risolubile conflittualità del reale poteva trovare soluzione nella dialettica immanente dello Spirito (Hegel).  Le filosofie dell’attimo (da Bergson ad Husserl) trovano il loro complemento nelle poetiche delle illuminations  (Lautreamont, Rimbaud, Dino Campana), con traduzione di queste ultime nel gesto estetico estremo e disperato della rivolta totale ed assoluta. Agli occhi del mondo borghese, innocua e neutralizzabile.

Equazione dell’infinito (Roma Ed. Scettro del Re 1995), la raccolta di Giuseppe Pedota, si pone l’ambiziosissimo traguardo del  “superamento”  ti tutte le poetiche contemporanee mediante la rappresentazione di un “libro dello splendore”, uno Zohar laico-gnostico, che tracci le strade maestre dell’illuminazione nella materia oscura dell’universo. Come l’aramaico è la lingua dello Zohar cabalistico, così l’italiano di Pedota è la lingua a cui il poeta si affida, come Ulisse che  “conosce la nomenclatura/ delle stelle e i ritorni dei pianeti/ e asseconda il suo timone di fughe/ al vortice dei suoi mari disperati”.

Trovare l’equazione dell’infinito costituisce il rovello della astrofisica contemporanea. Anche Pedota si cimenta, da poeta, con l’equazione più sublime ed alchemica della scienza: l’equazione  dell’infinito coincide con l’equazione dell’attimo: l’equazione della luce. Semplice, inafferrabile e inaccessibile. La metafisica della luce costituisce l’altro corno del problema posto dalla fisica dell’infinito. Non c’è fisica senza metafisica, e viceversa. Come il  “libro dello splendore” conduce alla luce assoluta, alla luce metafisica dell’En Soph   (letteralmente “senza fine”),  così l’equazione dell’infinito conduce al deus absconditus, alla “stella segreta” (G. Pedota) che alimenta i fuochi galattici dell’universo come la insondabile e fosfenica spirale della Psiche. Se oggi alcuni poeti tornano ad una nuova ontologia estetica, ciò accade soprattutto per reazione alla dilagante invasione dell’ermeneutica fenomenologica, che non possiede né vuole possedere una fondazione dell’estetico, considerato come mero campo di gioco di accadimenti.

Pedota ha tratto d’intuito tutte le conseguenze filosofiche sottese alle proprie posizioni estetiche ed ha spostato il baricentro della propria ricerca dalle poetiche dell’attimo alla poetica  dell’infinito, operando una vera e propria rivoluzione copernicana all’interno delle poetiche contemporanee.

In un quadro di De Chirico,  “Interno metafisico con sole spento”, del 1971, è raffigurato un cavalletto sul quale è sistemato un dipinto che rappresenta un grande sole spento che lentamente si affloscia; lunghe dita di colore, dal basso in alto, alludono al lento depauperarsi dell’astro. Ai lati, due aperture quadrangolari aggettano sul mondo; quella a sinistra raffigura uno spicchio di sole nascente su paesaggio, quello a destra rappresenta l’ultimo spicchio di luna. Le due “finestre” sono munite di collegamenti filiformi con il dipinto sul cavalletto mentre uno spicchio di luna scura giace sul pavimento.

Gli “esterni metafisici” di Pedota operano con la medesima sintassi di De Chirico: l’assenza di collegamenti di causa ed effetto, sostituiti con  “collegamenti”  filiformi, indicazioni puramente simboliche che comunicano tra loro per simbolismi  “interni”, che non necessitano di interpretazione.

L’irrealismo ippogrifico di Pedota annuncia con sconvolgente nitore la fine della giustificazione della Parola, il suo essere ormai divelta dalla  “giustificazione” della Tradizione. Il poeta moderno vive così una sistematica scepsi che sbarra la strada alle istanze radicali e, ad un tempo, lo spinge a riformulare con perentoria icasticità le medesime domande ormai impronunciabili perché cadute sotto la scure dell’aforisma di Wittgenstein.  Oggi, un poeta moderno non potrebbe mai scrivere  “e naufragar m’è dolce in questo mare”, perché la “posizione” del poeta è mutata radicalmente. Il naufragio è già dato in anticipo e messo nel conto. La lirica nel senso tradizionale (intesa come “canto del naufragio”) è divenuta un esercizio retorico buono per gli imbonitori e gli imboniti.  È per questo motivo che tutti i negatori aprioristici della lirica pura cadono nel puerile, perché uccidono un cadavere ampiamente defunto.  La stessa categoria di  “lirica” è ampiamente inficiata di credibilità per via dei pessimi lirici che ancora ronzano intorno al fiore della Bellezza, suggendone le ormai esaurite linfe vitali. Così come il legame filosofia-vita è stato abbandonato dalla filosofia moderna, il poeta del nostro tempo ha abbandonato per sempre l’Itaca dell’immediatezza, dell’infanzia della confluenza tra poesia e vita. Una divaricazione, un divorzio insanabile abita le forbici di questa scissura che nessuna  “composizione”  riuscirà a sanare. Significativamente, una poesia di Pedota si intitola  “naufragio impossibile” . Si chiude un’epoca del fare poesia. Si sbarra la stessa possibilità di costruire una “poesia discorsiva”, giacchè è stata revocata già da tempo al poeta non solo la  “commissione” ma financo la  “licenza”  di ordire le  “metafore chiuse”, trappole per topi, gratuite fin nel midollo della loro insignificanza e del loro estetismo.

Chi non abbia meditato fino in fondo questi problemi, non può veramente esser dichiarato poeta contemporaneo, ma chi li abbia meditati potrebbe rischiosamente rinunciare a pronunciare la parola poetica. Questo nodo aporetico pone oggi la poesia di fronte ad un aut aut. Ecco la vera ragione della “Nuova Poesia Metafisica”, la sua ontologica moralità. Il suo essere continuamente in bilico, la costante minaccia che incombe sul poiein, è la ragione fondante della nuova poesia. La coscienza che il reale è razionale, al di là dell’assolutezza di chi pone la questione, resta il miraggio di ogni filosofia che pensi l’assoluto come totalità e che quindi ponga nell’assolutamente vero e nell’assolutamente giusto le ragioni dell’arte nella misura in cui esula da essa la questione della fronesis, che appartiene al demanio della vita quotidiana e nella dismisura di ogni vana ciarla sulla irrazionalità del reale, che pone fuori dal computo dell’intelligenza la reale comprensione dei processi storici.

Così, l’irrealismo ippogrifico di Pedota è una cosa sola con la sostanza stessa del suo realismo galattico, con la sostanza stellare delle sue metafore, le quali non si possono comprendere nella loro valenza, se non si comprende che la metafora cinetica costituisce la “materia” stilistica che il poeta usa per rappresentare l’irrappresentabile irrazionalità dell’universo.  “Io perdo ad ogni sole la mia anima”, è l’equivalente speculare de “il naufragar m’è dolce in questo mare”, costituisce il propellente metaforico di tutta la sua poesia. La metafora galattica, solare, costituisce la giusta soluzione estetica d’un problema filosofico. Non v’è nulla di arbitrario o di cromatico nell’uso che Pedota fa delle sue metafore, la navigazione metaforica del poeta costituisce la sola navigazione possibile nell’alchimie du verbe. La metafora cinetica resta la risorsa fondamentale di una poesia che si arrischia a cogliere la cinetica irrazionalità dell’universo. L’assioma filosofico determina l’assioma metaforico. La progettualità poetica segue con speculare precisione la processualità della conoscenza del reale di cui questa poesia si fa carico. E non potrebbe essere altrimenti, come in ogni vero poeta. L’assoluto rigore etico che fonda questa poetica deriva dall’assoluta fedeltà del poeta alla sua “materia” metaforica. In questa rotta rettilinea verso un irrealismo galattico, la metafora cinetica contrassegna l’astuzia della ragione poetica:

          fermarmi dove le mani del delta
          si dividono negli occhi curiosi
          dei ponti

          allo svanire d’una voce
          tornano regioni dove approdano
          navi mai partite con equipaggi di nebbie

Dove vengono reimpiegate, con sorprendente audacia e notevoli risultati estetici, le formule già esperite da poeti futuristi come Farfa e Fillia. La forma stessa delle sue composizioni, tutte incentrate attorno ad un asse immaginario, conferisce loro quel movimento rotatorio complessivo che contraddistingue il moto rotatorio delle singole metafore cinetiche. Così la poesia si ricongiunge al moto rotatorio degli astri e dei pianeti, delle galassie e degli universi, in una galattica, cinetica instabilità.

Pedota è un convinto assertore della mutante e metamorfosante aleatorietà di tutte le Forme, di quelle artistiche come di quelle matematiche; il suo orfismo o pitagorismo, come altri l’ha definito, deriva dalla convinzione che il Male del mondo afferisca alla instabilità cinetica dell’universo, e quindi alla sua ontologica, ineliminabile necessarietà. Non diversamente dalla sua poesia, Pedota riflette simmetricamente, con esaltanti sviluppi cromatici e timbrici, gli assunti fondamentali della sua concezione del mondo, che probabilmente è la negazione più radicale di ogni immagine univoca e definitiva del concetto di arte nel moderno.

(1995)

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