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IL CATALOGO DEL CAOS - Ermeneutica per il multipoeta Giuseppe Pedota e il suo ACRINICO - Poiesis n. 32 - 2005
di Donato Di Stasi
In un’epoca di efebi pettoruti e ninfette ossute l’ostilità fisica per la poesia ha toccato l’acme, complici operine squisitamente inutili, affastellate da poetini da strapazzo che ingolfano i già tristi tavoli dei critici, mandati alle guerre napoleoniche della mass culture con la nuda e poco scaltrita intelligenza.
Per questo imbattersi in un florilegio degno di tal nome desta stupore: significa che esistono ancora testi meritevoli di essere antologizzati e presentati al pubblico.
È il caso di Acronico, crestomazia di trent’anni e oltre di poesia: Equazione dell’infinito, Einstein: i vincoli dello spazio, Lucania Lucis, pregni di un magma linguistico infuocato, denso, travolgente, nel quale echeggiano gridi e teorie, suggestioni erotiche e una ribollente energia psichica.
Si adombra in queste pagine una poesia come forza universale, principio plasmatico che avviluppa e unisce le spinte distruttive del Caos: in quanto vinculum vinculorum, la scrittura poetica assegna un volto e un cuore all’impersonale universo in cui si viene gettati, rinfocola forze sopite, riscopre attrazioni e relazioni fra l’Io e il Mondo.
Giuseppe Pedota, nato nel 1934 (83° anno dell’era monarchica savoiarda, o 12° dell’era fascista che dir si voglia), vanta una fervida lealtà all’arte pittorico-scultorica e scrittoria: spirito tempestoso e ribelle, germinatore dell’anarchia inesorabile e fatale che attecchisce negli spiriti migliori per mezzo di sentimenti civili e scarsa propensione all’idillio dolciastro, verso cui convergono a inizio millennio tutti gli epigoni annaspanti senza uno straccio di idea e di talento compositivo (“per le bianche cosce d’Angelica/e i sacri culi delle vestali”, p.45).
Che fare contro la punta d’acciaio del Nichilismo? come rimarginare le ferite che il Vuoto affligge al Tempo, accelerandolo a dismisura fino a farlo esplodere?
Divenendo acronici, senza tempo, nel senso di risacralizzare l’esistenza all’interno di uno spazio probabilistico, che ricusa ogni forma di spiritualità: Giuseppe Pedota mostra come il divino sia ancora possibile, non quale statica trascendente eternità, piuttosto quale processualità immanente al divenire storico (“per ciò ch’è già deciso di noi/ dalla genesi all’emanazione/le innumerabili vite si attesero/dopo i ventiuragano delle notti cosmiche/questo tempo immobile/sull’atollo dei bianchi coralli”, p.51).
Scagionata dall’immobilità perenne di una teologia desueta, la scrittura si riabilita come l’unica forza capace di salvare la navicella inabissantesi della Modernità: il testo poetico rappresenta l’agognato ponte fra il tempo che viene (“i fratelli dei quasar”, p.42) e il tempo che va (“le mie andromache tessono sempre”, p.42).
Il mondo che disprezza la letteratura scorre senza scossoni dal monte della Metafisica alla valle del volgare e sciatto Materialismo, fortificato nel suo indubitabile Nichilismo, divenuto una fede più sussiegosa e opprimente dell’Ontologia che si è voluto abbattere ad ogni costo.
Giuseppe Pedota restituisce la profondità dei concetti (del tutto perduta nel regno della superficialità semplificante), costruendo assi metaforici vertiginosi che penetrano e divelgono la banalità (“nel giorno del sole nero/il mio mèntore giovane quanto le piramidi/mi guida sulla croce stellata dell’apocalisse/taurus scorpio aquarius leo/svelandoci dove onanismi magici/si strepitano”, p.69).
In Equazione dell’infinito e Einstein: i vincoli dello spazio si presenta al proscenio un poeta wagneriano, per il quale il passaggio dal divino all’umano, dalle instabili pulsazioni cosmiche alle confuse e debordanti pulsioni psichiche, non è inteso nel segno della caduta-degradazione, ma dell’acquisizione-conquista, così il tempo dilazionato e frantumato del presente viene catalogato e ripristinato secondo un metodo costruttivo motivico: la compattezza espressiva, la fluidità ritmica e le asperità linguistiche, il definitivo superamento della tonalità lirica collocano Giuseppe Pedota in una dimensione espressionistica che ricorda l’incedere armonico della Tetralogia del genio di Bayreuth.
In Lucania Lucis l’Autore parla la lingua arcaica dei campi di grano, dei calanchi, delle donne luttuose; parla della terra più lontata da Dio, del dolore inobliabile, delle case aggrappate ai costoni di roccia o a friabili colline, dell’eredità dura e amara di una storia priva di consolazioni (“Lucania odiatamata donna/crogiuolo d’incesti madre-amante//segni nella scia lunga dei boschi/e pietre brune dei castelli ancora densi/degli spiriti di torbide badesse”, p.67).
In tutte le pagine aleggia il tema orfico della parola-pneuma che agisce sulle cose e le fa nascere e rinascere: è il dire mitopoietico che tenta di evocare il cominciamento dei tempi, il primigenio, l’aura di un’umanità perduta.
Non si entra nella poesia di Giuseppe Pedota se non se ne comprende la natura epica, eroica, vivificante, se non ci si lascia travolgere dal profluvio originale delle immagini e degli assemblaggi strofici: un’occasione, una delle poche, di incontrare un autore che, togliendoti dal logorato tempo meccanico, ti riconsegna all’inconsumabile tempo interiore.
Nereidi, 6 aprile 2005
